Non una punizione esemplare per chi aveva “osato” ascoltare musica e assistere a uno spettacolo di danza, nemmeno un monito per evitare ogni commistione tra i sessi, e ancor meno una mattanza contro impiegati locali del governo. Il massacro di Musa Qala, 17 civili uccisi e decapitati, tra loro due donne, sarebbe in realtà frutto di una vendetta, una faida, tra fazioni rivali di guerriglieri talebani o meglio una vicenda di sangue, truculenta come non se vedevano da tempo in Afghanistan, ma sostanzialmente “privata”. Ammesso che 17 morti possano essere una questione privata.

Le due donne coinvolte nel massacro, secondo questa ricostruzione, sarebbero state anche il motivo della faida, legata a quanto sembra a questioni di “onore” tra due gruppi rivali. Questa versione dei fatti è contenuta in una nota diffusa dall’ufficio media del governatorato provinciale di Helmand: le 17 vittime civili sono «il risultato degli scontri tra due comandanti talebani». L’ufficio del governatore provinciale Mohammed Gulab Mangal aggiunge inoltre che le indagini sono ancora in corso ma che l’unica cosa che sembra ormai chiarita è che il massacro è stato commesso da talebani, anche se nella zona dove è avvenuto, il confine tra la militanza armata politica e il banditismo puro e semplice è a volte piuttosto sfumato.

Per quanto crudele ed efferato, però, il massacro di Musa Qala, in un contesto di guerra come quello afgano rischia di passare subito in secondo piano rispetto alle altre notizie a partire da quella che rischia di far esplodere di nuovo le proteste contro la presenza militare internazionale nel paese. Ieri sera, infatti, si sono concluse due indagini interne dell’esercito statunitense per il caso di sei soldati accusati di aver intenzionalmente bruciato testi religiosi musulmani, tra cui alcune copie del Corano, e per quello dei tre marines che avevano fatto foto e video mentre urinavano sui cadaveri di alcuni guerriglieri talebani uccisi. In entrambi i casi, la giustizia militare statunitense non ha ritenuto di dover avanzare accuse penali, ma si è limitata a sanzioni amministrative, che però non sono state rese note.

Per il caso delle copie del Corano, che aveva scatenato proteste in tutto l’Afghanistan e anche nel vicino Pakistan, i giudici hanno ritenuto che la versione data dai soldati fosse credibile: non si era trattato di un atto deliberato ma di un errore, perché i testi religiosi, circa 1200, erano finiti in un mucchio di oltre 2000 libri destinati al macero prelevati dalla prigione di Parwan e portati nella base statunitense di Bagram, a nord di Kabul. Secondo le autorità, i testi venivano usati dai detenuti per scambiarsi messaggi e per questo ne era stata decisa la distruzione. In effetti, solo un centinaio di libri, tra cui alcune copie del Corano, sono finiti nelle fiamme, dopo che una folla di persone era riuscita a bloccare il trasporto degli altri testi e a salvarli dall’inceneritore. La difesa dei soldati ha sostenuto che si sia trattato di negligenza, ma che nelle azioni dei militari non c’era in alcun modo l’intenzione di mancare di rispetto all’Islam o al suo testo sacro.

Diverso il caso dei tre marines le cui “prodezze” sono finite su YouTube e hanno fatto il giro del mondo. I tre si sono dichiarati colpevoli: uno per aver oltraggiato i i cadaveri dei guerriglieri, il secondo per aver ripreso e diffuso il video e il terzo per non aver riferito l’accaduto ai suoi superiori. Il video fu diffuso a gennaio del 2012, ma i fatti erano accaduti alcuni mesi prima, a luglio del 2011, quando i tre marines in forza al 3° battaglione del 2° reggimento erano impegnati nelle operazioni contro gli insorti in quello stesso distretto di Musa Qala dove domenica sono stati trovati i 17 cadaveri delle vittime della “faida”.

di Joseph Zarlingo