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Trump: “Non voglio che Taiwan dichiari l’indipendenza”. Taipei replica: “Noi siamo un paese sovrano”

Il presidente Usa è tornato sulla delicata questione durante il ritorno dalla visita in Cina
Trump: “Non voglio che Taiwan dichiari l’indipendenza”. Taipei replica: “Noi siamo un paese sovrano”
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Donald Trump è tornato sul delicato dossier Taiwan durante il ritorno dalla visita in Cina. “Non cerchiamo guerre e, se la situazione rimanesse così com’è, credo che alla Cina andrebbe bene. Non voglio che qualcuno dichiari l’indipendenza e che gli Usa debbano percorrere 15.000 chilometri per andare in guerra”, ha detto in un’intervista rilasciata a Fox News sull’Air Force One. “Non vogliamo che qualcuno dica ‘diventiamo indipendenti perché gli Stati Uniti ci appoggiano‘”, ha aggiunto il capo della Casa Bianca. Che poco prima aveva lasciato intravedere la possibilità di una revisione delle forniture militari già concordate con Taipei: “Prenderò una decisione nel prossimo futuro”, aveva detto ai giornalisti sul volo di ritorno.

Parole alle quali Taipei ha prontamente replicato. “Taiwan è una nazione democratica, sovrana e indipendente, non subordinata alla Repubblica Popolare Cinese”, ha affermato il ministero degli Esteri di Taipei, aggiungendo che la vendita di armi rientra negli impegni di sicurezza presi dagli Stati Uniti e che in questo ambito la politica di Washington rimane “invariata“. “La nostra posizione è chiara – si legge nella nota -: Taiwan continuerà a contribuire alla pace e alla stabilità regionale. Siamo determinati a mantenere lo status quo nello Stretto di Taiwan. Questa è sempre stata la posizione del Presidente Lai Ching-te e il fermo impegno dei 23 milioni di abitanti”, “è evidente che Taiwan è un Paese democratico sovrano. Pechino non ha alcun diritto di rivendicare giurisdizione su Taiwan. Il governo continuerà ad approfondire la cooperazione con gli Stati Uniti, a mantenere la pace attraverso la forza e a garantire che la sicurezza e la stabilità dello Stretto di Taiwan non siano minacciate o compromesse”.

Tra la necessità di portare a casa risultati tangibili dal viaggio in Cina – gli accordi commerciali annunciati, ma dei quali al momento si sa poco – e quella di inviare un messaggio gradito alla base MAGA dopo la guerra scatenata contro l’Iran, il presidente degli Stati Uniti ha messo in discussione, finora solo a parole, la dottrina annunciata dalla sua stessa amministrazione all’inizio del 2025, secondo la quale l’avversario strategico degli Usa nel prossimo futuro sarà la Cina e per questo Washington ha avviato un graduale disimpegno dal Medio Oriente e dall’Europa per concentrare i propri sforzi nell’area dell’Indo-pacifico dove dovrà affrontare proprio la delicata questione di Taiwan. Ovvero impedire a Pechino di riportare l’isola di Formosa sotto il proprio diretto controllo.

Il cuore della dottrina consiste nel blindare la “Prima Catena di Isole” (l’arco marittimo che unisce Giappone, Taiwan e Filippine), che costituisce la barriera fondamentale per impedire alla flotta cinese di proiettarsi liberamente nell’Oceano Pacifico. Assumere il controllo di Taipei permetterebbe a Pechino di infrangere questa barriera, ottenendo l’accesso diretto alle principali rotte oceaniche, fondamentali per il controllo dei mari sotto il profilo commerciale e strategico, proiettando la propria potenza su scala globale e posizionandosi come l’unica vera superpotenza in grado di competere con gli Stati Uniti.

Contrariamente alle previsioni fatte nelle scorse ore da Trump, quella che i vertici delle istituzioni cinesi definiscono la “riunificazione nazionale” resta un obiettivo primario per Pechino e che nelle intenzioni di Xi Jinping dovrebbe essere raggiunto entro il 2049, anno in cui la Repubblica Popolare Cinese celebrerà il suo centenario.

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