Invocata da più parti, attesa per anni alla fine è arrivata: la ‘disposizione per favorire la costruzione e la ristrutturazione di impianti sportivi’ (o, più comunemente, la Legge sugli stadi) è quasi realtà. E’ stata approvata lo scorso luglio in commissione alla Camera e dopo la pausa estiva si tornerà al Senato, per la ratifica definitiva. Poi ci saranno stadi di proprietà, praticamente per tutti. Secondo molti la loro assenza rappresentava uno dei grandi problemi del calcio italiano. Adesso potrebbe trovare soluzione. Anche se il disegno di legge presenta diversi punti che fanno discutere.

A partire dall’iter legislativo che il procedimento sta seguendo. Con l’approvazione diretta in Commissione (Cultura e Sport; ma secondo alcuni la competenza sarebbe spettata alla Commissione Territorio e Lavori pubblici…) e senza passare per il vaglio della Camera. Tempi brevi di sicuro, forse anche qualche strappo alla regola. E questo per “sostenere la candidatura dell’Italia a manifestazioni sportive di rilievo europeo o internazionale”, come riporta la denominazione stessa del disegno normativo. Una piccola forzatura, visto che l’Italia ha perso tutte le gare d’assegnazione a cui ha recentemente partecipato e che Monti l’ha ufficialmente ritirata dalla corsa alle Olimpiadi del 2020. Addirittura uno “scandalo”, secondo Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente, che denuncia: “Non ci sono motivi per adottare questa procedura straordinaria, che rivela come dietro alla legge ci siano gli interessi di lobby molto potenti”.

Non è solo la forma, infatti, a destare qualche dubbio. Nel disegno ci sono alcuni passaggi che, secondo i critici, potrebbero prestare il fianco ad abusi e speculazioni. In particolare, sotto accusa è finita la parte che regolamenta la costruzione dei cosiddetti “impianti multifunzionali” a corollario degli stadi. E’ la chiave di volta del progetto: ciò che dovrebbe permettere di costruire impianti sportivi finalmente integrati nel tessuto cittadino, funzionanti tutti giorni tutto l’anno e non solo la domenica. E per questo redditizi. Ma nel disegno di legge non è previsto alcun limite di cubatura o di proporzionalità tra lo stadio e le strutture altre; e neppure di tipologia, con gli edifici che potranno essere “commerciali e direzionali” ma anche “residenziali”. E questo non ha convinto tutti. “E’ una manna dal cielo per i costruttori e una sciagura per i cittadini”, sostiene sempre Zanchini, che contrasta l’approvazione della legge sin dai suoi primi vagiti. “Dobbiamo prepararci alla più selvaggia speculazione edilizia degli ultimi 20 anni: per stravolgere il profilo urbanistico delle città di mezza Italia basterà un piccolo impianto da 7mila posti”. Anzi, 4mila: la capienza minima per poter usufruire dei vantaggi della nuova legge è stata ulteriormente ridotta nella stesura definitiva. All’ultimo minuto, per non escludere proprio nessuno.

Quella di Legambiente non è una voce di protesta isolata. Durante il passaggio in Commissione il testo è stato limato dagli emendamenti, che hanno corretto una serie di punti controversi. Uno su tutti: su proposta dei membri Pd e Idv all’articolo 2 sono state soppresse le parole “non contigue”, che di fatto avrebbero autorizzato le imprese edili a costruire i complessi multifunzionali ovunque, senza neppure il vincolo del limite territoriale di adiacenza allo stadio. Ma anche così le polemiche non si placano. Persino nel mondo del calcio – che generalmente ha salutato con un sorriso a trentadue denti l’ok della Camera – c’è chi storce il naso. Mario Macalli, presidente della Lega Pro, a ilfattoquotidiano.it avanza il dubbio che la costruzione degli impianti sportivi possa finire per essere solo un pretesto per coltivare altri interessi: “Vogliono far credere che questa legge faccia bene al calcio italiano. Ma se per fare uno stadio vengono su dieci e più palazzi vuol dire che non è lo stadio il centro del progetto. Degli incentivi possono anche essere previsti, ma devono avere un limite. Altrimenti questa non è più una legge per gli stadi ma per i condomìni”.

Non tutti, però, la pensano così. “Siamo di fronte ad una legge ‘scossone’ che presenta alcuni passaggi forti ma ha sicuramente degli aspetti positivi; una burocrazia eccessiva porta spesso a risultati antitetici a quelli desiderati. E poi non c’è nulla di rivoluzionario: l’urbanistica contrattata fra le parti è prassi corrente da anni, ora viene solo certificata”. Pierluigi Paolillo, professore ordinario di Architettura ed Urbanistica presso il Politecnico di Milano, è abbastanza deciso nel giudicare il provvedimento varato dalla Camera. “Una buona legge”, spiega: “La commistione funzionale rende viva la città e questo vale anche per gli stadi: il passato ci insegna che non ha senso continuare a costruire cattedrali nel deserto. Certo, ci vorranno delle amministrazioni non supine per avere risultati positivi ed evitare storture”.

Già, il ruolo delle amministrazioni. Che potrebbero ritrovarsi schiacciate dalla pressione di imprenditori, presidenti e tifoserie, tutti smaniosi (chi per un motivo, chi per l’altro) di costruire al più presto un nuovo stadio, con annessi e connessi. E’ un’altra delle incognite di questa legge, l’ennesima. 2Avremmo voluto qualche vincolo in più a cui poterci aggrappare per tutelare le nostre città, ma faremo i conti con la legge che ci arriva dal Parlamento. Almeno si chiude una partita che va avanti da troppo tempo”, è il commento prudente dell’Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani).

Ma la vera partita comincerà fra qualche mese, in molte città d’Italia. Tra cavilli, emendamenti e opinioni discordanti difficile capire chi abbia ragione. La legge adesso è al vaglio della Commissione Cultura in Senato: il termine per la presentazione degli emendamenti è il 5 settembre; poi, stavolta, dovrà anche passare in Aula. Ma non sono previste sorprese, la svolta è dietro l’angolo: presto, forse già entro fine mese prossimo, costruire uno stadio diventerà molto più facile. E vantaggioso. Se sarà un bene o un male si vedrà in futuro.