Si sa che la guerra è una vera pacchia per la classe dominante, specialmente in tempo crisi, per almeno tre ordini di motivi:

1. perché sposta l’attenzione delle masse frustrate sul nemico esterno; 

2. perché consente alle potenze militarmente ancora imbattibili anche se economicamente, politicamente e culturalmente in crisi, di far valere il proprio primato per arrestare la decadenza;

3. last but not least, perché si fanno affari.

Non sono certo un simpatizzante di Ahmadinejad. Sono impegnato da tempo, fra l’altro, per motivazioni squisitamente umanitarie, per la salvaguardia dei diritti dei Mujaheddin del popolo, arroccati nel Campo Ashraf e sottoposti a varie vessazioni da parte del governo iracheno che risponde alle direttive di quello iraniano (grande risultato degli strateghi occidentali guidati dal diversamente intelligente Bush). Né mi considero un simpatizzante di Assad, avendo anzi firmato tempo fa un appello a favore di un cambiamento pacifico della situazione in Siria promosso dall’opposizione democratica di quel Paese.

Quello che mi colpisce e mi indigna, nella campagna in corso, volta con ogni evidenza a preparare la guerra che scoppierà in autunno sono due cose.

Prima la logica dei due pesi e due misure. Assad è un dittatore sanguinario, invece i sauditi che reprimono le manifestazioni in Bahrein sono eccellenti democratici. Il terrorismo contro i seguaci di Assad è un atto rivoluzionario, mentre i bombardamenti contro gli insorti sono atti di terrorismo. Si può imporre la no-fly zone con la scusa di impedire i rifornimenti di armamenti ai ribelli kurdi in guerra con la Turchia, mentre il governo di quest’ultima può impunemente sostenere in tutti i modi l’esercito libero siriano che combatte Assad. Per intontire l’opinione pubblica occidentale e prepararla alla guerra i nostri indipendenti media sono pronti a ogni falsità e mistificazione. Basti l’esempio del giornale austriaco Kronen Zeitung che ha truccato le fotografie dalla Siria con photoshop perché quelle di cui disponeva non sembravano abbastanza disastrose. 

La stessa logica dei due pesi e delle due misure viene applicata rispetto al nucleare iraniano. Del tutto ipotetica e mai del tutto confermata l’idea che l’Iran si stia procurando l’arma atomica. Israele invece ce l’ha da tempo. Eppure quest’ultimo sta preparando una guerra d’aggressione all’Iran con la scusa di soffocare nella culla il presunto programma di armamenti nucleari. Nonostante varie comprensibili perplessità da parte di settori dei servizi e delle Forze armate di Tel Aviv. E un importante appello contro la guerra promosso dalla società civile israeliana e in particolare dagli ambienti accademici. C’è da ritenere che se finora Israele non ha attaccato ciò è stato per il veto statunitense, ma se ne riparla in autunno quando, a ridosso delle elezioni presidenziali, Obama sarà più debole e ricattabile. Finora quest’ultimo ha del resto dimostrato la sua totale subalternità agli strateghi del Pentagono, preparando tutte le condizioni per la sua sconfitta alle prossime presidenziali. E magari tenterà una nuova avventura militare in Siria per rialzare le sue quotazioni.

Secondo, la violazione delle regole del diritto internazionale.  Terzi si è subito accodato alla proposta statunitense di stabilire una no-fly zone in Siria. Ma il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, a differenza che nel caso libico, si è finora ben guardato dall’autorizzare una misura del genere, anche perché Russia e Cina hanno ben presente l’uso distorto e politicamente scorretto che le potenze occidentali fecero della risoluzione relativa alla Libia, trasformando quello che doveva essere un presidio dell’incolumità dei civili in aperto intervento a fianco di una delle due parti impegnate in una guerra civile, fino alla liquidazione fisica di Gheddafi e dei suoi  figli nel modo barbaro che sappiamo.

Decisamente Napolitano, Monti, Terzi e compagnia cantante necessitano di un bel ripasso in diritto internazionale. Difficilmente, sebbene la categoria non brilli, come del resto avvocati e giuristi in genere, per indipendenza di giudizio, troverebbero, sulla scena italiana qualche professore di diritto internazionale disposto ad avallare le loro boiate. A parte qualcuno che farfuglia di responsibility to protect ed amenità del genere.

Il diritto internazionale però è un’altra cosa. E cioè uno strumento indispensabile per garantire la pace e la sicurezza del pianeta che da oltre vent’anni viene violentato e mistificato in ogni modo dalle potenze dominanti per i loro interessi di bottega. Con le tristi conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti e cioè la destabilizzazione ad oltranza di un crescente numero di zone del mondo.