Altro che crisi dell’innovazione farmaceutica. La ricerca di nuovi medicinali è al palo solo perché alle aziende non conviene rischiare investendo su farmaci davvero nuovi, ma solo su inutili variazioni di vecchi prodotti. La vera crisi dell’innovazione nella ricerca di farmaci riguarda quindi la “cattiva abitudine” di premiare aziende che producono nuovi prodotti che non hanno alcun vantaggio clinico rispetto a quelli già esistenti. Questa è la tesi sostenuta da Donald Light della University of Medicine e Dentistry del New Jersey e Joel Lexchin della York University di Toronto in un’analisi pubblicata sulla rivista British Medical Journal.

Dagli inizi del 2000, numerosi articoli e report hanno sostenuto che la quantità di nuovi farmaci in produzione è drasticamente in calo. Tuttavia, i dati indicherebbero che il numero di nuovi farmaci autorizzati sono stabili a quota 15-25 in media all’anno. Secondo i due ricercatori, si parla tanto di crisi dell’innovazione farmaceutica solo perché “serve come stratagemma per attirare una vasta gamma di protezioni statali dalla concorrenza del libero mercato”. Ma il risultato è anche la proliferazione incontrollata di nuovi prodotti che non apportano alcun vantaggio ai pazienti. Analisi indipendenti, infatti, hanno mostrato che negli ultimi 50 anni circa l’85-90% di tutti i nuovi farmaci hanno fornito pochi benefici e hanno prodotto danni notevoli. E, anche se l’industria enfatizza sulla quantità di risorse economiche destinate alla scoperta di nuovi farmaci, in realtà la maggior parte dei soldi della ricerca vanno a finire nello sviluppo di decine di variazioni minori che producono un costante flusso di profitti.

Anziché basarsi sulla creazione di medicine davvero nuove e utili, secondo Light e Lexchin, l’80% della spesa farmaceutica di una nazione sarebbe destinata alla promozione di farmaci simili ad altri già commercializzati da tempo. Un’altra analisi indipendente ha concluso che solo l’1,3% dei ricavi di un’azienda farmaceutica vengono destinati alla scoperta di nuove molecole, mentre il 25% viene speso in promozione. In pratica il rapporto tra ricerca di base e marketing sarebbe di 1:19. Nonostante questo, secondo Light e Lexchin, le aziende esagerano nell’elencare i costi della ricerca e dello sviluppo di nuovi farmaci. Il loro scopo, secondo questa tesi, è di fare pressioni per poter usufruire di una maggiore protezione dalla concorrenza del libero mercato.

Allora cosa si può fare per cambiare questo modello di business nell’industria farmaceutica in modo che venga concentrato maggiormente sulla produzione di medicinali più sicuri e convenienti? Il primo passo, secondo i due ricercatori, dovrebbe essere quello di smettere di approvare nuovi farmaci che hanno uno scarso valore terapeutico. “I paesi europei – spiegano Light e Lexchin – stanno pagando miliardi in più rispetto al necessario per farmaci che forniscono poco guadagno per la salute perché i prezzi dei nuovi farmaci non sono proporzionali al loro valore clinico”. Gli scienziati credono anche che l’autorità di regolamentazione dovrebbe essere finanziata con fondi pubblici per evitare di compromettere la sua indipendenza e integrità. Basta pensare che quasi la maggior parte dei finanziamenti dell’Ema (l’agenzia europea di regolamentazione dei farmaci), ad esempio, proviene dall’industria. Praticamente la valutazione del prodotto è direttamente pagata dall’industria stessa. Per cui se diminuissero i farmaci presentati all’Ema, di conseguenza diminuirebbero anche il bilancio dell’ente.

In un secondo articolo, Jonathan Cylus della London School of Economics sostiene che i produttori di farmaci sarebbero tenuti a mostrare, prima dell’approvazione, l’efficacia dei nuovi farmaci paragonandoli a quelli già esistenti. Secondo lo studioso, i benefici di richiedere alle case farmaceutiche di fornire prove comparative di nuovi farmaci superano i rischi. E questo potrebbe contribuire a offrire ai pazienti migliori terapie. Attualmente nei test effettuati sui malati, in fase avanzata di sviluppo di un nuovo farmaco, l’efficacia del prodotto viene valutata confrontandola con il placebo, praticamente con l’acqua. Quindi, non viene fatto nessun confronto con medicine già esistenti. Di conseguenza è possibile che venga approvato un farmaco meno sicuro e meno attivo di quelli già esistenti. Ecco perché è ormai opinione comune che i nuovi farmaci debbano essere confrontati con altri farmaci la cui efficacia è già comprovata. Solo in questo modo, infatti, potremmo avere la certezza di aver fatto un vero progresso. Alzare gli standard, infine, potrebbe anche incoraggiare i produttori a concentrarsi sullo sviluppo di nuovi farmaci in aree terapeutiche con poche alternative. 

di Valentina Arcovio