Nel decreto legge licenziato dal governo per la bonifica di Taranto ben 70 milioni di euro sono fondi destinati al finanziamento a tasso agevolato che presumibilmente saranno utilizzati dalla stessa Ilva. Si tratta di risorse che provengono dal “Fondo rotativo per l’attuazione del Protocollo di Kyoto”, istituito dalla finanziaria del 2006. Un fondo che dovrebbe riguardare interventi per le energie rinnovabili e il risparmio energetico e che, invece, ora sarà dirottato alla bonifica del sito tarantino. “Per me è una grande vergogna – dice al Fatto il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli – perché l’Ilva ha avuto utili negli ultimi 3 anni e si prende soldi dallo Stato che, tra l’altro, sono collocati in un capitolo destinato al solare e all’efficienza energetica”. Probabilmente, a usufruire di tali stanziamenti non sarà solo l’Ilva ma tutte le imprese collocate nell’area di bonifica, come ad esempio l’Eni. Quello che è certo è che finora, di soldi stanziati per ripulire l’inquinamento ultradecennale provocato dall’Ilva e dalle altre industrie velenose, si sono visti solo quelli pubblici. Che, però, servono soprattutto a intervenire sulla città, sul Porto o direttamente nel quartiere di Tamburi, quello maggiormentecolpito dalle polveri.

Il decreto emanato dal governo, infatti, ha stanziato 336 milioni di cui 329 pubblici e 7 milioni privati. In questa cifra sono ricompresi i 70 milioni di cui parla Bonelli, soldi certi, esistenti nel Fondo apposito. Così come sono certi i 110 milioni che provengono dal Fondo Sviluppo e Coesione della Regione Puglia, i 20 milioni del Ministero dell’Ambiente, stanziati per il “federalismo amministrativo” o, ancora i 90 milioni che provengono dal Programma di Ricerca e Competitività. Sono risorse che devono provvedere agli interventi individuati dal Protocollo di Intesa del 26 luglio siglato tra governo, Regione, Provincia e Comune. Ma anche in questo caso si tratta di provvedimenti già previsti in passato, come nel Protocollo di intesa del 2009, e finora mai avviati. Ad esempio per il quartiere Tamburi sono previsti solo 8 milioni di euro ma “in un analogo protocollo d’Intesa del 2005” ricorda ancora Bonelli, “erano stati destinati 50 milioni di euro per la bonifica del quartiere Tamburi e 25 milioni per quella del Mar Piccolo: soldi spariti nel nulla e che a Taranto non sono stati mai utilizzati”. Non è ancora previsto l’intervento necessario a mettere in sicurezza l’impianto siderurgico per ottemperare alle disposizioni del Tribunale del Riesame. Che nella sua ordinanza impone di utilizzare gli impianti “per realizzare tutte le misure tecniche necessarie per eliminare le situazioni di pericolo”.

Per questo tipo di interventi, il presidente neo-insediato dell’Ilva, il prefetto Bruno Ferrante, ha previsto un investimento aziendale di 90 milioni. Ferrante non ha specificato il dettaglio degli interventi ma si può notare che la cifra non è poi così lontana dai 70 milioni che il governo ha messo a disposizione a tasso agevolato. Non solo, il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, si è detto disponibile “a cofinanziare in parte le iniziative dell’Ilva” se l’azienda troverà “nuove tecnologie da applicare per diminuire l’impatto ambientale”.

Si tratterà di vedere cosa accadrà nei prossimi giorni. Il presidente Ferrante ha visto i sindacati giovedì scorso e ha assicurato che l’azienda intende “andare avanti”. Anche se non si capisce come. Si tratterà di leggere le motivazioni della sentenza del Riesame perché da quelle pagine si capirà se la facoltà d’uso per il risanamento è limitata solo agli interventi di bonifica interna oppure se consente di procedere con una produzione ridotta al minimo. Che, però, per quanto assottigliata, non può eliminare sic et simpliciter tutti i fattori di inquinamento.

Resta il fatto che, al momento, i Riva non hanno ancora messo sul tavolo un euro per rimediare ai danni da loro prodotti. Eppure, il bilancio del 2011 si è chiuso con numeri eccezionali: oltre 10 miliardi di euro di fatturato e 327 milioni di utili per un gruppo con una patrimonializzazione di 4,2 miliardi. La situazione dello scorso anno è stata così positiva che anche la capogruppo, la Riva Fire Spa, la holding di famiglia che controlla le varie scatole aziendali, tra cui l’Ilva, ha potuto presentare un bilancio con utili triplicati rispetto al 2010: da 10,3 a 31,5 milioni.

da Il Fatto Quotidiano dell’11 agosto 2012