Saranno “condannati” ai servizi socialmente utili i quattro poliziotti giudicati colpevoli dell’omicidio colposo di Federico Aldrovandi. Lo scorso 21 giugno la IV sezione della Corte di Cassazione aveva confermato con sentenza definitiva le prime due condanne a tre anni e sei mesi di reclusione per la morte del diciottenne avvenuta a Ferrara il 25 settembre 2005. La pena era già stata ridotta ad appena sei mesi per effetto dell’indulto.

Ora Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri sono stati raggiunti dall’ordine di carcerazione. Ma per loro non si apriranno le porte del carcere. L’esecuzione della pena è sospesa ex lege per trenta giorni, entro quali i condannati possono chiedere richiedere pene alternative al carcere.

Alcuni di loro, tramite i rispettivi avvocati, l’hanno già fatto. Gli altri presenteranno richiesta a breve. “Con ogni probabilità i quattro poliziotti verranno affidati in prova ai servizi sociali”, confermano i difensori interpellati, gli avvocati Giovanni Trombini, Gabriele Bordoni e Piersilvio Cippolotti.

Da definire sono ancora gli eventuali provvedimenti disciplinari a carico degli agenti. La famiglia di Federico chiedeva per loro l’espulsione dal corpo della Polizia di Stato, lanciando in proposito anche una petizione on line, e lo stesso ministro Cancellieri aveva fatto sapere che “quando leggeremo la sentenza non avremo nessun tentennamento ad applicare i provvedimenti del caso verso i colpevoli”.

La titolare del dicastero degli Interni aveva in particolare puntato il dito contro uno dei quattro agenti, Paolo Forlani, che si era prodigato su facebook in offese ai genitori del ragazzo ucciso, annunciando “l’immediato avvio di un procedimento disciplinare per sanzionare l’autore del gravissimo gesto”.

Chi rischia di più a livello amministrativo, dunque, è proprio Forlani. Per lui potrebbe prospettarsi – il condizionale è d’obbligo – addirittura la destituzione, ossia alla cancellazione dai ruoli dell’amministrazione della pubblica sicurezza, che si prospetta quando il funzionario tiene una condotta che rende “incompatibile la sua ulteriore permanenza in servizio” o compie atti che rivelino “mancanza del senso dell’onore o del senso morale”. Lo prevede il decreto del Presidente della Repubblica 737 del 1981, recante le sanzioni disciplinari per il personale dell’amministrazione di pubblica sicurezza, che in caso di condanna per reato colposo in generale – e che quindi potrebbe riguardare gli altri tre colleghi – dispone invece la sospensione dal servizio, che consiste nell’allontanamento dal servizio per un periodo da uno a sei mesi, con la privazione della retribuzione mensile.