“Vogliono uccidere Federico non due, ma mille volte”. Mentre la discussione “incriminata” sulla pagina Facebook di Prima Difesa è stata rimossa, Patrizia Moretti confida le preoccupazioni del giorno dopo. Ieri è stato il momento della rabbia, della denuncia. Oggi è il giorno delle riflessioni e delle reazioni di fronte all’“ennesimo episodio che ci deve vittime di violenza gratuita, questa volta non fisica ma verbale”. La madre di Federico Aldrovandi punta il dito sulle dichiarazioni di Paolo Forlani, uno dei quattro poliziotti condannati per l’omicidio colposo del figlio, che scriveva come si sentisse vittima di “sette anni di ingiustizie”, sacrificato per “gli errori dei genitori” nell’educare Federico, in particolare della madre, “faccia da c…”.

“Questa negazione dell’evidenza è preoccupante – risponde a distanza la donna -. Gli agenti continuano a sostenere, e forse ne sono convinti, di aver agito bene. E come loro lo ritengono decine di persone che intervengono nei blog e nei social network”. La cornice in cui si inseriscono quei commenti dunque sarebbe ancor più inquietante del quadro di frasi ignobile dipinto al suo interno. Ed è “questo che fa più paura” assicura la Moretti, che rivolge un pensiero al Viminale: “forse ora il ministro dovrebbe indagare a fondo sull’atteggiamento di certe persone che operano all’interno delle istituzioni”.

Proprio quel ministro che in un primo tempo sembrava aver preso le distanze dalla vicenda con un condizionale di troppo. E invece la replica che la titolare degli Interni affida al quotidiano l’Unità sembra sgomberare ogni dubbio in proposito a un procedimento disciplinare contro i quattro agenti, tuttora in servizio: “ho la massima comprensione e partecipazione per la tragedia della famiglia Aldrovandi – dichiara la Cancellieri al quotidiano di Via Ostiense -; se avessi perso un figlio probabilmente agirei nello stesso modo, ma voglio precisare che ho assoluto rispetto della magistratura e non ho mai messo in discussione la sentenza della Cassazione. Ho usato il condizionale solo perché ancora non l’ho letta. Quando leggeremo la sentenza non avremo nessun tentennamento ad applicare i provvedimenti del caso verso i colpevoli”.

“Speriamo che i provvedimenti del caso siano congrui” si limita a ribattere Patrizia Moretti, comunque “soddisfatta” di una “seconda dichiarazione di tutt’altro tenore rispetto alla prima che ci era pervenuta”. Tornando invece alla cornice descritta dalla madre di Aldrovandi, l’avvocato della famiglia, Fabio Anselmo, noto alle cronache anche per i casi Cucchi e Uva, va oltre e parla di “emergenza democratica”: “è paradossale che ci si preoccupi di limitare la libertà di stampa e di proibire la pubblicazioni di intercettazioni, quando il problema è un altro”.

Anselmo parte dalla constatazione che “gran parte degli interventi ingiustificabili che si leggono in alcuni forum provengono, come ammettono placidamente gli iscritti, da poliziotti. Le accuse che rivolgono sono figlie di una mentalità e di una cultura estremamente preoccupanti”. Una preoccupazione che “deve arrivare all’orecchio delle istituzioni, perché quello di Federico purtroppo non è un caso isolato. Abbiamo visto cosa è successo alla Diaz, abbiamo visto come è morto Stefano Cucchi. Eppure, anche di fronte a delle sentenze passate in giudicato ci sono persone che vestono la divisa e che ne mettono in discussione la autorità e si permettono una violenza verbale ora finita sotto l’occhio di tutti”.

Ben venga allora la pubblicazione di quelle “frasi ignobili”, perché “ci aiuta a capire, diventa un momento di crescita collettiva che ci fa prendere atto che ci sono degli appartenenti alle forze dell’ordine che pensano in una certa maniera. È possibile ora che le istituzioni non vogliano farsi carico di questo problema? Se in mezzo alla stragrande maggioranza onesta delle forze dell’ordine c’è una minoranza che pensa e agisce in quel modo, allora c’è un gravissimo problema di civiltà e democrazia. E va affrontato. Non censurando o limitando la libertà di espressione, ma isolando i comportamenti antidemocratici”.

Il discorso quindi diventa più ampio, secondo il legale degli Aldrovandi, che riflette su come “siamo assillati dallo spread, dal timore di non rientrare nei parametri europei, e ci dimentichiamo che le Nazioni Unite dichiarano l’Italia inadempiente perché, unico tra i paesi evoluti, si è rifiutato di adottare nel proprio ordinamento giuridico il reato di tortura. Il problema si sposta tutto sulla volontà o meno delle istituzioni di tutelare le vittime dai soprusi del potere”.