Gentile Signor Conte, sono uno dei tanti milioni di tifosi juventini e desidero rivolgerle una preghiera, come tifoso e come persona. Premetto che della vicenda per cui lei è stato deferito alla giustizia sportiva per omessa denuncia non so nulla di più di quel che dicono i media: informazioni sovente contraddittorie, in cui fatti e opinioni formano un groviglio quasi inestricabile. Certo, accade spesso e in ogni campo, nel giornalismo italiano. Ma questa è un’aggravante, non un’attenuante: lo lasci dire a me, che faccio il giornalista da una vita e ci sbatto contro il naso ogni giorno.

Non voglio qui discutere l’accuratezza dell’inchiesta, la fondatezza delle accuse, le contraddizioni delle conclusioni del procuratore federale: non ne ho né gli strumenti né la competenza e, forse, neppure la serenità necessari. Né voglio rinvangare il passato, Moggiopoli, la serie B, le prescrizioni, i fariseismi degli ‘scudetti degli onesti’ e di chi tiene loro bordone. E non voglio neppure amplificare l’importanza di questa storiaccia, ché altri sono i problemi dell’Italia e del Mondo.

Io non so se lei sia innocente o colpevole, ma mi piace crederla innocente, perché lei si proclama tale, perché lei è l’allenatore della Juventus e perché lei ne è un simbolo e una bandiera: ho tifato per lei sul campo e in panchina e tifo ancora per lei. Bene: se lei è innocente, signor Conte, per favore, non patteggi, come leggo e sento dire possa fare. Capisco i vantaggi, per lei e per la Juventus, di una soluzione del genere; ma se è innocente, per favore, non lo faccia.

Patteggiare vorrebbe dire riconoscersi colpevoli, arrendersi alla logica dell’opportunismo invece di battersi per la giustizia. Perché, anche se è solo quella sportiva, pur sempre di giustizia si tratta. Le posso dire, Signor Conte, che molti, moltissimi tifosi juventini la pensano come me: faccio parte d’un gruppo di giornalisti e comunicatori ‘bianconeri’ – pochi si occupano di sport, professionalmente – che dibattono del caso con passione e con intensità; e posso dirle che il no al patteggiamento è largamente prevalente, oltre che essere già stato espresso con forza e competenza da colleghi più autorevoli di me (e altrettanto juventini).

Patteggiare, per ragionevole che sia, costerà immensamente in termini d’immagine a lei e alla Juventus: come spiegare, come accettare, che siccome Conte è innocente ma non lo può provare gli conviene riconoscersi colpevole?, come continuare a dire ‘ero innocente’ se accetti e, addirittura, negozi una sanzione per qualcosa che dice di non avere fatto? Questa mattina, un amico e collega, Antonio Foresi, citava, in uno scambio di mail, Winston Churchill, che, in una vicenda infinitamente più tragica di questa, a chi patteggiò con Adolf Hitler e gli lasciò, per quieto vivere, mano libera contro i Sudeti profetizzò: “Dovevate scegliere fra la guerra e il disonore. Avete scelto il disonore. Avrete la guerra”.

E, allora, signor Conte, meglio battersi perché la verità emerga e perché un sistema che privilegia i furbi rispetto agli onesti sia riformato: affermare la propria innocenza, denunciare le altrui incongruenze, sfruttare una credibilità che lei ha e che, se patteggia, non avrà più. E se, alla fine, lei sarà condannato a una pena più pesante di quella che avrebbe patteggiato, pazienza: la Juventus e noi tifosi la aspetteremo con rispetto e affetto superiori a quello che riusciremo a dimostrarle se lei scende a patti, se lei rinuncia a un pezzo di dignità sua e juventina per ottenere in cambio non giustizia, ma uno sconto sull’ingiustizia. Lo abbiamo già fatto e stiamo ancora cercando di venirne fuori: “Trenta sul campo”, lei che c’era lo sa; il resto sono chiacchiere.

Se lei, invece, fosse colpevole, patteggi pure, paghi il suo debito come la giustizia sportiva le consente di fare. E perdoni questa mia ingenua ingerenza. Ma lei, Antonio, è innocente; e, allora, la prego, non patteggi. Suo, Giampiero Gramaglia