Conosco da qualche anno la zona montagnosa del Cauca, nella Colombia sud-occidentale, una terra di acuti conflitti sociali, dove ha avuto modo di dispiegarsi negli ultimi anni un forte protagonismo dei popoli indigeni. Come ho già avuto modo di accennare in questo blog,  il mio incontro con i popoli indigeni del Cauca ha prodotto qualche risultato anche sul piano scientifico, stimolando la redazione e pubblicazione del libro I diritti dei popoli indigeni e di un’altra opera collettiva, dedicata appunto all’auto-organizzazione indigena nella zona. Altri progetti sono in corso d’elaborazione e saranno dedicati ad aspetti fondamentali come la salute e la medicina indigena.

Gli indigeni del Cauca soffrono da tempo immemorabile l’oppressione creata dalla colonizzazione, i cui inizi risalgono ai tempi della conquista, mai completa ed effettiva, del loro territorio. La loro lotta si è rivolta in questi ultimi tempi in modo molto determinato e ammirevole contro gli attori armati insediati in modo abusivo sul territorio ancestrale, a partire dall’elementare considerazione che lo stato di guerra e la proliferazione dell’illegalità non costituiscono il terreno più favorevole per la soddisfazione delle loro rivendicazioni democratiche. Ma anche dalla consapevolezza che l’azione degli apparati pubblici è stata sempre prevalentemente ispirata dalla necessità di garantire le oligarchie e le multinazionali alla costante ricerca di risorse da depredare.

Rivendicando la propria autonomia e neutralità rispetto al conflitto armato che oppone esercito e guerriglia, gli indigeni organizzati mirano ad ottenere che questi abbandonino il territorio. Mi giunge ora notizia che millecinquecento indigeni inquadrati nella guardia indigena hanno circondato un accampamento militare chiedendo l’immediato arretramento delle truppe oltre i confini del loro territorio. Analoghe misure sono state e saranno attuate nei confronti dei presidi della guerriglia, così come di tutti i gruppi armati illegali, di narcotrafficanti e altro, presenti sul territorio. Mentre la gran parte dei soldati hanno accettato di arretrare, un piccolo gruppo continua ad opporsi sparando, con il rischio di provocare una strage.

Come affermano le organizzazioni indigene, questa iniziativa è volta a evidenziare il fallimento dello Stato colombiano nel provvedere i requisiti minimi indispensabili alla sicurezza pubblica e alla pacifica convivenza fra i cittadini, provvedendo al tempo stesso soluzioni alternative basate sulla partecipazione democratica delle comunità.

Come sostiene il professor Hernando Llanos in un suo intervento, questa iniziativa è essenziale per affermare, in un contesto complesso ed estremamente violento come quello colombiano,  una diversa concezione della pace, non basata sulle armi ma sulla mobilitazione pacifica dei cittadini, stanchi di una guerra civile e fratricida che in questo Paese continua oramai da oltre sessant’anni, e che ha provocato decine di migliaia di morti e milioni di profughi.

Ma la portata di questo insegnamento va anche al di là dei confini colombiani. Esso infatti riafferma il primato dei diritti umani e del rispetto della pace in un mondo sempre più incline alla violenza e alla sopraffazione, anche per effetto della grave crisi economica in corso, a proposito della quale si evoca sempre più, in modo irresponsabile, il concetto di “guerra”. Mentre concreti pericoli di guerra continuano a delinearsi in modo sempre più netto in differenti teatri, appunto per l’incapacità e non volontà delle forze dominanti di dar vita a risposte alternative, che siano effettivamente di pace. E le scelte concrete di governi come il nostro che investono in un momento di crisi quasi venti miliardi in spese militari, acquistando giocattoli inutili e pericolosi come gli F-35, dimostrano i livelli di irresponsabilità della classe dirigente.

Dobbiamo quindi guardare agli indigeni e al popolo colombiano con rispetto e ammirazione ed esprimere la nostra solidarietà nei loro confronti, perché, a rischio grave delle loro vite, stanno portando avanti una mobilitazione essenziale per riaffermare concetti, come pace, uguaglianza e diritti umani, che risultano sempre più necessari ed urgenti per garantire un futuro all’umanità.