Attentato a Ranucci, Lavitola al gip: “Chiesi di sparare contro la villetta, non di mettere la bomba”. Respinta la richiesta di domiciliari
Non voleva che mettessero una bomba davanti alla sua abitazione, aveva “solo” chiesto che sparassero qualche colpo in direzione della sua villetta. Valter Lavitola, ex editore e imprenditore, in carcere da lunedì e al quale viene contestato il metodo mafioso, ha confessato di essere il mandante dell’attentato dell’ottobre scorso contro Sigfrido Ranucci, sostenendo che la bomba piazzata davanti all’abitazione del conduttore di Report avesse l’obbiettivo di innalzare il suo livello di protezione. Secondo quanto filtra, nel corso dell’interrogatorio con il gip, Lavitola ha dichiarato che aveva commissionato agli autori materiali un’azione con “diverse modalità” per l’attentato a Ranucci. Non un ordigno, ma “quattro o cinque colpi di pistola verso il muro” della villetta del conduttore a Pomezia. Dopo la bomba, in ogni caso, l’indagato non avrebbe comunque avuto nulla da ridire, ritenendo lo scoppio di un ordigno rudimentale comunque di “valore dimostrativo”.
Intanto Lavitola resta in carcere: lo ha deciso il gip respingendo l’istanza del difensore, l’avvocato Sergio Cola, che aveva sollecitato gli arresti domiciliari al termine dell’interrogatorio di garanzia. Sulla richiesta i pm della Procura di Roma, coordinati da Francesco Lo Voi, avevano dato parere negativo.
La Procura di Roma, intanto, darà parere negativo in merito alla richiesta avanzata mercoledì al gip dal legale di Lavitola, al termine dell’interrogatorio di garanzia nel carcere di Rebibbia, durato oltre cinque ore, durante il quale ha confessato di essere il mandante dell’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci. In base a quanto si apprende, la richiesta dell’avvocato Cola puntava su due aspetti. Il primo, il fatto che Lavitola abbia rilasciato una “ammissione di responsabilità” e, di conseguenza, che abbia dichiarato la volontà di collaborare con gli inquirenti. Il secondo aspetto è invece quello che, secondo il legale, a questo punto non ci sarebbe rischio di inquinamento probatorio, né pericolo di fuga.
Diversa la tesi dei magistrati, secondo cui l’attentato era mirato non a innalzare la protezione di Ranucci, bensì a favorire una sua candidatura politica, accrescendone la popolarità. L’atto “indubbiamente delittuoso”, secondo il legale di Lavitola, sarebbe stato quindi compiuto “per il bene di Ranucci, che era oggetto di parecchi e pericolosi tentativi di aggredirlo. Ranucci aveva all’epoca una protezione composta solamente da due uomini. E in effetti dopo l’attentato la scorta è stata più che raddoppiata, si è passata da due a otto agenti con una protezione a a ferro di cavallo”. Alle domande dei giornalisti su un’eventuale consapevolezza del conduttore (finora esclusa dai magistrati) però il legale di Lavitola ha fatto scena muta: “Su questo non dico assolutamente altro”. Pronta la risposta dell’avvocato del giornalista, Roberto De Vita: “La confessione di cui apprendiamo”, ha dichiarato, “lascia sgomenti e conferma il delirante teatro della follia”.
Al termine dell’analisi del cellulare e del pc di Lavitola, inoltre, gli inquirenti della procura di Roma potrebbero convocare Sigfrido Ranucci per ascoltarlo come persona informata sui fatti. L’attività tecnica sui device, in base a quanto si apprende, durerà alcune settimane e al momento quindi una eventuale audizione del conduttore di Report potrebbe essere calendarizzata non prima di settembre. L’atto istruttorio si renderebbe necessario alla luce degli sviluppi investigativi, a cominciare dalla confessione. Intanto oggi gli avvocati delle quattro persone accusate di essere gli esecutori materiali dell’attentato, hanno incontrato i loro assisti in carcere: potrebbero chiedere a breve di essere nuovamente ascoltati dai titolari dell’indagine.