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Cento anni fa nasceva Fidel Castro, Cuba ricorda l’ultimo totem della Rivoluzione tra sanzioni e povertà estrema

Nato il 13 agosto 1926 a Birán, paesino nell'odierna provincia orientale di Holguín, il giovane Fidel Castro crebbe all'ombra degli agi di una famiglia benestante, tra i figli dei braccianti sottopagati dal padre. Gli studi di Giurisprudenza, la lotta al fianco dei più deboli e, infine, l'opposizione al regime di Batista. Con Trump, però, il Paese che aveva immaginato rischia di scomparire per sempre
Cento anni fa nasceva Fidel Castro, Cuba ricorda l’ultimo totem della Rivoluzione tra sanzioni e povertà estrema
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Cent’anni con Fidel. È così, con queste poche parole, che Cuba ricorda il suo Comandante. Perché è vero che sono passati ormai quasi dieci anni dalla sua morte, che molti nell’isola preferiscono definire romanticamente desaparición física, ma il suo ricordo è più vivo che mai. Così come la sua mancanza, almeno per buona parte della popolazione cubana, stritolata da una crisi di cui non si vede la fine. Tra espatri di massa e blocchi petroliferi per perpetuare il buio di una nazione allo stremo, è la figura del líder máximo, con la barba e la classica tenuta verde oliva, a rappresentare l’estrema difesa di una rivoluzione che non si vuole arrendere. Anche nell’era Trump-Rubio, indefessi nel voler conquistare Cuba per fame.

Nato il 13 agosto 1926 a Birán, paesino nell’odierna provincia orientale di Holguín, il giovane Fidel Castro crebbe all’ombra degli agi di una famiglia benestante, tra i figli dei braccianti sottopagati dal padre e una casa malridotta di Santiago dove venne spedito a sei anni: imparò a conoscere sin dalla tenera età le durezze della povertà. Gli studi in Giurisprudenza, l’attivismo contro il regime filo-statunitense dell’isola, le idee rivoluzionarie. Non ci volle molto perché il brillante avvocato assumesse le vesti di un leader. Un oratore capace di trascinare, sempre a difesa dei più deboli. Contadini, operai, sfruttati. Era una Cuba profondamente schiacciata dalle disuguaglianze. Ma anche dalle fratture etniche, eredità di un passato coloniale rigettato solo di facciata. Sotto Batista organizzò il primo nucleo ribelle: prese il nome di Movimento 26 luglio, vera data fondativa della Revolución. Un assalto fallito, in realtà, quello alla caserma Moncada di Santiago nel 1953. Ma fu la miccia che portò, dopo il carcere e la guerriglia, al trionfo della lotta rivoluzionaria quasi sei anni dopo.

Il resto è storia: la costruzione di una nuova Cuba, con la fuga a Miami della borghesia bianca, la campagna d’alfabetizzazione e un sistema sanitario universale. La scelta socialista, il supporto sovietico e le ritorsioni statunitensi, imbeccate proprio dalla comunità cubana in esilio. Dalla Baia dei Porci all’embargo più lungo di sempre: un assedio cui il Comandante seppe resistere insieme al suo popolo. Sfuggendo ai 638 tentativi di assassinio orditi dalla Cia. Era un leader di statura internazionale, pur rappresentando un’isola caraibica. Con un socialismo in mezzo al mare a cui il mondo ha continuato a guardare senza poterlo scindere dalla sua guida in mimetica verde. Da molti amato, da alcuni odiato, da tutti rispettato. E anche quando scoppiarono le prime vere proteste di massa, nel pieno del período especial, fu la presenza di Fidel, materializzatosi tra i manifestanti sul lungomare dell’Avana, a far rientrare il malcontento: finirono per inneggiare al líder máximo.

D’altronde era proprio il suo rapporto personale, quasi familiare, con il popolo cubano a tenere in piedi la baracca. Partito comunista, socialismo, persino Rivoluzione: alla fine il vero collante era lui, quel marcantonio venerato come un dio. Fidelismo, si iniziò a dire non a caso. Una nuova religione, in un Paese che con le religioni vere ebbe un rapporto contrito. Prima proibite, poi consentite. Un po’ come l’omosessualità, a lungo repressa prima delle scuse ufficiali da parte dello stesso Fidel. Per non dire dell’opposizione politica: “Dentro la Rivoluzione tutto, fuori dalla Rivoluzione niente”, l’unico mantra valevole anche per scrittori, artisti, intellettuali. Non pochi scelsero il niente, uscendo dal Paese o accettando di trasformarsi in fantasmi.

Eppure in molte parti del mondo quel presidente barbuto continuava a rappresentare un faro di speranza, anche nei consessi internazionali: celebri i suoi discorsi fiume all’Assemblea generale dell’Onu, dove riuscì a sollevare temi dirompenti ben prima di molti omologhi, a partire dalle questioni ambientali e di uno sviluppo sostenibile. Sembrava potesse morire lasciando un Paese tornato a relazioni normali con i vicini statunitensi, dopo l’incontro con Papa Francesco e la storica visita di Barack Obama all’Avana, accolto dal fratello Raul. Invece la prima vittoria di Donald Trump mise fine a tutte le speranze di disgelo, facendo ripiombare l’isola sotto il tiro delle sanzioni. Una ricaduta aggravatasi con lo scoppio della pandemia, vero choc socio-economico per un Paese che aveva puntato tutto sul turismo come unica valvola di sfogo.

E oggi? Tra un blackout e l’altro, sudati e sfiniti, sono in molti, soprattutto i più giovani, ad aver smesso di credere alle promesse di un governo in forte crisi, minacciato apertamente di un’invasione militare da parte Usa, dopo il blocco delle forniture di greggio. Carenze energetiche che si sommano alle sanzioni finanziarie e commerciali di cui l’Assemblea generale delle Nazioni Unite (da ultimo con l’astensione dell’Italia) continua a chiedere la cessazione. Cuba, che nei tavoli sotterranei tenta di tenere aperto il dialogo con gli Stati Uniti, prova a restare in piedi concedendo maxi-riforme a favore della libera impresa. Tra le strade sfasciate dell’Avana, ricoperte da cumuli di spazzatura, il centesimo compleanno di Fidel si celebra come si può.

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