Terremoto in Colombia, il presidente De La Espriella rischia di ostacolare i soccorsi con militarizzazione e transizione amministrativa bloccata
“Stiamo lavorando con le unghie”. Parlando dal Comando aereo di trasporto militare di Bogotà, Abelardo De La Espriella, presidente della Colombia, ha giustificato le lacune dello Stato dopo il terremoto di magnitudo 7.4 con epicentro a Chocó e circa 80 chilometri di profondità. “Siamo in mezzo a una situazione molto complicata dal punto di vista amministrativo – ha proseguito De La Espriella – Stiamo ancora nominando la squadra di governo”. E poi lo slogan: “Dio assegna le battaglie più dure ai suoi migliori soldati”.
In realtà, la “complicata” situazione di cui parla De La Espriella è dovuta al mancato empalme – cioè la transizione amministrativa che avviene da un governo all’altro, al di là delle quote politiche – che lui stesso ha voluto sospendere il 7 luglio dicendo: “Con i nemici della Patria non si tratta”. Allora, il presidente eletto accusava l’omologo uscente Gustavo Petro e l’ex candidato Iván Cepeda di voler “coprire vicende di corruzione” e ordire un “golpe” ai suoi danni. La rottura ha provocato una specie di blackout istituzionale: diversi organi dello Stato sono rimasti acefali e senza un indirizzo chiaro. In particolare, l’Unidad nacional para la gestión del riesgo de desastres (Ungrd) – l’ente tenuto a coordinare la prevenzione e l’attenzione alle emergenze – si è ritrovato senza direttore quando il sisma ha colpito l’area occidentale del Paese. Di qui i ritardi nel dispiegamento di soccorritori e professionisti, l’assenza di una regia comune nella distribuzione degli aiuti e la presentazione di numeri lontani dal Paese reale. È il caso dei dispersi: mercoledì erano 287 secondo le stime ufficiali e 4.120 secondo piattaforme indipendenti come Colombia Te Busca.
Già lunedì, in risposta alla crisi, De La Espriella ha accentrato la gestione dell’emergenza attraverso una Situation room che gravita attorno alla sua figura. “Ho assunto direttamente la leadership dell’attenzione all’emergenza in San José de Palmar – ha annunciato su X subito dopo il disastro – Ho ordinato l’allestimento di un Posto di comando unificato per coordinare l’attenzione dei danni e delle persone colpite (dal terremoto, ndr)”. Il leader si è anche recato nelle località più colpite – tra cui Cali e Pereira – e ha sostenuto la militarizzazione delle città, ora sotto coprifuoco notturno. “Ci sono stati episodi di saccheggio e problemi di ordine pubblico”, ha detto a Cali, in compagnia del sindaco Alejandro Eder, per giustificare la misura restrittiva contestata dai leader sociali e dalla popolazione. “È illogico che la risposta al disastro sia quella di rinchiudere la gente in casa con un coprifuoco – ha replicato Ana Erazo, deputata alla Camera per il dipartimento Valle del Cauca – Non siamo davanti a orde di delinquenti, ma vicini intrappolati”. E ancora: “Ciò di cui Cali ha bisogno sono pale, gru, soccorritori e non carri armati che sorvegliano macerie sotto falso allarme”. In molti disobbediscono al divieto di circolazione e restano in prima fila nelle operazioni di soccorso.
Il governo risulta lontano dal Paese reale. Lo si coglie nelle dichiarazioni rilasciate ai media dal ministro dell’Interno, Rodrigo Lara, poche ore dopo il disastro: “Non so cosa succede a Chocó, per esservi franco. Voi siete più informati di me”. Bogotà puntava su di lui per assorbire le funzioni dell’Ungrd, il cui nuovo direttore, David Santiago Tamayo Roldán, è entrato in carica mercoledì. Secondo la Revista Pacto, il piano reale del governo ultrà prevedeva l’eliminazione dell’ente che sarebbe rientrata nel taglio del 40% della spesa pubblica annunciato durante il suo insediamento.
Ma la motosega dovrà essere spenta a seguito della calamità naturale che richiede l’intervento dello Stato a tutela della sanità pubblica e lo stanziamento di fondi per la ricostruzione. I ritardi nel piano d’azione impediscono anche l’ingresso in massa di soccorritori stranieri nel Paese – eccezion fatta per gli Usa e pochi altri – là dove Bogotà si ritiene comunque autosufficiente.
In piena crisi, De La Espriella non dimentica però di riconoscere la sovranità di Israele sulle Alture del Golan (che in realtà appartengono alla Siria) emulando gli Stati Uniti e contravvenendo le diverse risoluzioni Onu in materia. Il tutto dopo aver ripristinato le relazioni diplomatiche con Tel Aviv, spostato l’ambasciata colombiana a Gerusalemme e sbrigato le pratiche per un Trattato di libero scambio con lo Stato ebraico, il ritorno dell’azienda idrica Mekorot e altri accordi in cantiere.