Si è concluso con un nulla di fatto l’incontro a Mosca tra il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov e i rappresentati del Consiglio nazionale siriano (Cns), principale sigla ombrello dell’opposizione al presidente Bashar al Assad.

Ore di colloqui non sono riuscite a conciliare le posizioni delle due parti, con i siriani che hanno tentato la carta del paragone tra la rivolta contro Assad e il crollo dell’Unione sovietica. “Il popolo siriano soffre a causa della presa di posizione russa e per i veti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”, ha commentato a margine dell’incontro il nuovo leader del Cns, Abdel Basset Sieda, tornato a porre l’uscita di scena di Assad come condizione per poter discutere di una soluzione alla rivolta, ormai degenerata in conflitto aperto ed entrata nel suo sedicesimo mese.

Il capo del gruppo di opposizione riconosciuto ufficialmente dai Paesi occidentali e arabi ha inoltre accusato Mosca di continuare a permettere che le violenze continuino. Poco prima era stato il suo predecessore Burhan Ghalioun a polemizzare con il Cremlino lamentando come nell’ultimo anno la posizione russa di sostegno al regime siriano sia rimasta invariata.

Dal canto suo Lavrov ha rimarcato quanto più volte sostenuto da Mosca: devono essere i siriani a decidere del destino del proprio Paese. Di fatto rimandando al mittente la richiesta di un intervento esterno approvato dall’Onu chiesto dal Cns.

Al Palazzo di Vetro intanto circola una bozza russa di risoluzione per prolungare la missione degli osservatori delle Nazioni Unite nel Paese per almeno altri tre mesi. Il mandato dei 298 militari disarmati e dei 112 funzionari civili della missione Unsmis scadrà il prossimo 20 luglio. La proposta russa, che non prevede nessuna sanzione per Damasco, chiede invece che gli osservatori cambino il loro obiettivo dalla sorveglianza di un cessate-il-fuoco approvato a ad aprile ma mai messo in pratica, alla ricerca di una soluzione politica del conflitto. Una soluzione al di sotto delle aspettative, ha già commentato la Francia, prima tra i membri del Consiglio di sicurezza.

Sempre da Mosca, riferisce l’agenzia Interfax, arriva la notizia di una squadriglia navale russa in rotta verso il porto siriano di Tartus, che ospita una base navale russa.

Gli 11 vascelli, tra cui l’antisommergibile Ammiraglio Ciabanenko e tre navi da sbarco, hanno lasciato ieri Severomorsk, sul mare di Barents, per far rotta verso il Mediterraneo.

Come spiegato dalla fonte citata dall’agenzia si tratta di una normale esercitazione che niente ha a che fare con la crisi siriana. Ma si tratta comunque del più imponente dispiegamento di forze russe nell’area dall’inizio della sollevazione per destituire Assad.

Sempre sul versante diplomatico, Kofi Annan, inviato di Onu e Lega Araba, ha ricevuto il sì di Pechino alla proposta di coinvolgere nel dialogo anche Iran e Iraq (al Jazeera riferisce della diserzione oggi dell’ambasciatore siriano a Bagdad) nel dialogo per trovare una soluzione politica. Né i francesi né soprattutto gli statunitensi siano convinti del ruolo positivo che potrebbe svolgere Teheran, vicino al regime siriano e potenza regionale.

Sul campo non si ferma lo stillicidio quotidiano. I morti oggi sono stati almeno 34. Almeno due sono soldati uccisi durante un assalto a un posto di blocco nell’hub commerciale di Aleppo.

Dall’inizio della rivolta, secondo le stime degli attivisti, il bilancio delle violenze , degli scontri e della repressione è almeno 12mila morti, di cui oltre 4mila militari fedeli ad Assad. Intanto, riferisce il quotidiano libanese Daily Star, dalla scorsa notte il Libano ha iniziato a spostare truppe verso il confine settentrionale con la Siria per rafforzare il controllo dopo gli incidenti dei giorni scorsi.

Mentre il Financial Times, parla di una riduzione del flusso di armi per rifornire i ribelli. Due le spiegazioni. La prima un tentativo turco, che come Qatar e Arabia Saudita nega di armare gli oppositori, per raffreddare le tensioni dopo l’abbattimento di un F-4 di Ankara lungo il confine siriano. In alternativa si ritiene possa trattarsi di un tentativo di far cessare le violenze per favorire la soluzione diplomatica. In quest’ottica rientrerebbe anche la decisione russa di interrompere la consegna di armi al regime di Damasco. Così come il giro di vite di Riad contro le raccolte fondi dei religiosi sunniti per finanziare i ribelli.

di Andrea Pira