Non è stata una battaglia personale, ma quella dei cittadini, che hanno scelto di presidiare ed esercitare “controllo sociale” intorno a un ente pubblico che opera su un bene comune, l’ambiente. Eppure in molti (politici, avvocati, giornalisti) hanno cercato di “personalizzare” il processo facendolo diventare “la mia battaglia personale”, mentre deve essere chiaro a molti (e fortunatamente lo è per la maggioranza) che si trattasse di un processo della città di Torino. E delle Istituzioni, come sempre assenti. Nelle varie udienze del processo, da gennaio a luglio, abbiamo visto soltanto un rappresentante dell’Amiat, il responsabile della comunicazione, sintomatico di come per l’azienda fosse più importante l’immagine esterna (ricordo che l’Amiat si è costituita parte civile solo a fine 2010, due anni dopo gli arresti, quasi come se non volesse questo processo…).

Il processo ha avuto le sue condanne ma l’avvocato della difesa ha già annunciato il ricorso al secondo grado. E quindi la prescrizione.

Il prof. Alberto Vannucci, politologo ed esperto di studi sulla corruzione, nonché direttore del Master di Analisi Prevenzione Contrasto della criminalità organizzata e della corruzione dell’Università di Pisa, commenta così la conclusione del processo: “Il lato positivo è che la vicenda ha suscitato notevole partecipazione a livello di cittadinanza, con la costituzione della rete dei Signori Rossi, che hanno creato sensibilizzazione dal basso su un tema poco conosciuto.

D’altra parte, c’è una dimensione che spinge quantomeno a riflettere: le condanne con la condizionale, dunque senza il carcere, le sanzioni lievi se paragonate all’ammontare della tangente, e addirittura la matematica prescrizione che fermerà il ricorso in appello dei condannati. In particolare quest’ultima è un’anomalia drammatica che l’Italia condivide solo con la Grecia: in nessun altro ordinamento giuridico di altri paesi è prevista infatti la prescrizione nei casi in cui c’è stata una condanna in precedenti gradi di giudizio. Cioè ovunque si va fino alla fine, mentre da noi e in Grecia ci si ferma per prescrizione. Senza considerare poi che i tempi di prescrizione previsti sono del tutto incompatibili con la durata media dei processi. Questo aspetto grida vendetta di fronte al nostro senso di giustizia.
Tali elementi quindi sono la conferma di come in Italia la corruzione, definita ‘crimine senza vittima’ come categoria teorica, è diventata un ‘crimine senza pena’, perché chi lo commette non paga. Di fatto la corruzione è depenalizzata, in un clima da ‘liberi tutti’ che ha forti giustificazioni e profonde radici nel nostro paese.

Ecco questo è il risvolto drammatico, che non ha niente a che fare con l’ottimo lavoro che fa la magistratura ma che riguarda in modo diretto il nostro sistema giudiziario e le gravi carenze in tema di corruzione. Su questo terreno occorre infatti un altro tipo di sensibilizzazione, rivolto a chi legifera”.

La prescrizione non fermerà la nostra battaglia, perché come anticipato la lotta alla corruzione è stata collettiva. Venerdì 6 luglio alle 8 del mattino per la performance MI MANIFESTO!, guidata dal coreografo Mauro Lizzi, c’erano quasi un centinaio di persone, tutti “Signori Rossi” nello spirito, nel cuore e nel pensiero. Cioè persone corrette, oneste, trasparenti, informate, consapevoli, indignate, attive, impegnate, disposte a presidiare i beni comuni e le istituzioni per una gestione etica e lungimirante, oltre che, naturalmente, partecipata.

MI MANIFESTO!

 L’azione dei Signori Rossi prosegue costituendosi in associazione, la cui sede legale, grazie all’importante collaborazione con Libera, è in via Salgari 7 a Torino, in un immobile confiscato alla camorra nel ’96 e utilizzato per attività di pubblica utilità con il Performing Media Lab.

Alberto Robiati, fondatore con Stefano Di Polito e Raphael Rossi, dell’associazione, riguardo il lungo percorso intorno al processo Amiat dice: “Abbiamo dimostrato che Raphael non era l’unico Rossi a pretendere giustizia. In Italia i Rossi sono migliaia. Serviva un modo di fare sentire uniti e in grado di incidere, di dare rilevanza sociale, alla propria azione. Con il processo Amiat ci siamo riusciti e lo faremo con altri processi o vicende italiane, come quella che vede protagonista Francesco Scolamiero, signor Rossi di Roma ex dirigente della Sogei”.

L’associazione si sta organizzando sul territorio con gruppi regionali in Piemonte, Lombardia, Liguria, Veneto, Toscana, Lazio, Sardegna, Campania e Puglia. Inoltre, lavorerà in partnership anche con altri soggetti attivi sul territorio sugli stessi temi e per affinità di valori: Avviso Pubblico, il Master di Analisi Prevenzione Contrasto della criminalità organizzata e della corruzione dell’Università di Pisa, Acmos, Benventuti in Italia, Flare, l’associazione Comuni Virtuosi, Slow Food.

Quel che conta è che nel giorno della sentenza Amiat sia iniziata una battaglia collettiva che muove il suo primo passo con una campagna nazionale di pubblica utilità per sensibilizzare alla lotta alla corruzione: “La corruzione è nascosta – ha commentato Stefano Di Polito – per questo vogliamo rendere manifesta la lotta alla corruzione e accrescere la visibilità sui processi in corso. L’idea è di contrastare “il virus” della corruzione proprio attraverso campagne virali”.

Invito tutti ad aderire a questa battaglia condividendo il video pubblicato sul Fatto Quotidiano, pensando a nuove proposte di partecipazione e segnalandoci se siete interessati a far parte delle reti territoriali dei Signori Rossi http://www.signorirossi.it/aderisci/