Attacca il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, accusandolo di non fare il bene del Paese e delle imprese. E pensa di rimanere dopo il 2013. Una doppia presa di posizione ‘politica’ per il premier tecnico Mario Monti, nonché un’uscita che tradisce l’incertezza del professore su ciò che sarà dopo la fine del suo mandato. Perché, ormai è un dato, la tentazione è quella di proporre la propria disponibilità a restare in sella. Il punto, ora, è capire quando uscire allo scoperto. Una decisione che sarà presa più avanti: serve tempo e sul tavolo c’è ben altro da affrontare.

Segna febbre alta, ad esempio, la colonnina di mercurio del termometro che misura i rapporti tra tra governo e imprese dopo che il leader degli industriali, Giorgio Squinzi, ha bollato la spending review del supercommissario Enrico Bondi come una potenziale fonte di “macelleria sociale”. Ed ha stilato la pagella di fine anno del professore, senza neppure dargli la sufficienza. Mario Monti, visibilmente irritato, non lascia cadere la provocazione e bacchetta il presidente di Confindustria. E a poco serve se a fine giornata arrivino le scuse al premier da parte un past president di Confindustria del calibro di Luca Cordero di Montezemolo. Certe frasi, dice l’ex numero uno di Viale dell’Astronomia, “fanno male e sono certo che non esprimano la linea di una Confindustria civile e responsabile”. Monti, infatti, sembra trasecolare da Aix-en-Provence, dove tra l’altro ha incontrato il ministro dell’Economia francese in vista dell’Eurogruppo di domani. “Dichiarazioni di questo tipo, come è avvenuto nei mesi scorsi, fanno aumentare lo spread e i tassi. A carico non solo del debito, ma anche delle imprese” reagisce gelido il premier spiegando al capo di Confindustria che se lo spread non scende è perché “c’è un pò di incertezza su quello che succederà nella governance dell’economia” dopo le elezioni.

Appunto, l’incertezza su ciò che sarà dopo il 2013: un tema che ricorre spesso nelle ultime esternazioni del professore. Il motivo? Monti pensa di rimanere anche oltre il termine del suo mandato. Obiettivo? Provare a dare solide certezze ai mercati. Una tentazione emersa anche ieri nel vertice francese, quando quasi tutti i suoi interlocutori hanno puntato il dito proprio su questo punto: cosa succederà in Italia dopo la fase-Monti? “Penso che se dessi oggi una disponibilità non farei bene al mio governo” ha detto il presidente del Consiglio a chi lo stava ascoltando. Una risposta ‘privata’ e ragionata che denota l’incertezza sul da farsi. Un passo avanti – è il ragionamento del premier – potrebbe avere ripercussioni negative nella ‘strana maggioranza’ che sostiene il governo tecnico. Ma non solo: probabilmente Monti non vuole essere il primo a uscire allo scoperto, nonostante il rischio della seconda estate di seguito sotto la scure dell’incertezza dei mercati. Ricapitolando: la voglia di candidarsi c’è, ma bisogna attendere il momento giusto per non bruciarsi. Quindi è necessario valutare i pro e i contro: da una parte si darebbe stabilità ai mercati, allontanando lo spettro della speculazione; dall’altro, tuttavia, si rischierebbe di compromettere il fragile equilibrio politico che regna in Parlamento. E, particolare non di secondo piano, Monti sembra non volersi candidare di sua spontanea volontà: preferisce essere candidato, chiamato per la seconda volta per il bene del Paese. Un ragionamento puramente politico per un premier che di tecnico conserva ormai solo l’etichetta. 

L’ennesima conferma da quanto detto ieri rispondendo alle frasi di Giorgio Squinzi. “Parole che fanno male alle imprese” ha messo bene in chiaro Monti, con queste ultime che dovrebbero quindi apprezzare gli sforzi del governo dei professori. “Avevo capito che le forze produttive migliori desiderassero il contenimento del disavanzo pubblico. E che obiettassero a manovre fatte in passato molto basate sull’aumento delle tasse e che era ora di incidere su spesa pubblica e strutture dello Stato. Ma – ha detto togliendosi finalmente il sassolino dalle scarpe – evidentemente avevo capito male”.

Sembrano lontani i tempi della luna di miele tra la Confindustria e il governo di Mario Monti, quando l’allora presidente, Emma Marcegaglia, salutò l’arrivo del professore come l’unica chance che aveva l’Italia per uscire dal baratro. “L’ipotesi Monti risponde all’appello delle imprese per un governo di emergenza” disse all’epoca Marcegaglia. Da allora, però, è stato un crescendo di spiacevoli malintesi, battibecchi a volte vere e proprie prese di distanza, nonostante il passaggio di testimone tra Marcegaglia e Squinzi. Come quelli più recenti, quando il neo-presidente ha bollato come ‘boiata’ la riforma del mercato del lavoro. O quando ha definito l’economia italiana sull’ “orlo di un abisso”, suscitando la piccata replica del premier che con il suo consueto humor, fingendo di mordersi la lingua si impose “una moderazione interpretativa” sulle parole dell’industriale.

Ma tant’è. Dopo il ritrovato asse con la Cgil di Susanna Camusso, Giorgio Squinzi riesce oggi a catalizzare solo difese da parte della Lega o di Di Pietro, mentre industriali e manager prendono le distanze. Lo bacchetta Montezemolo ma anche Franco Bernabè e Marco Tronchetti Provera difendono il premier. “Il lavoro di Mario Monti è vitale per il futuro del Paese” dicono. “Squinzi e la Camusso non si sono certo accordati per fare un dispetto a Monti” sostiene invece il leader dell’Idv. E mentre Bobo Maroni definisce “troppo generoso il voto di Squinzi” perché lui, al premier, gli avrebbe messo 4 in pagella, Roberto Calderoli appoggia l’industriale: “Squinzi non ha una ragione per criticare il governo, ne ha un milione”.

“Non so dove Giorgio Squinzi intraveda casi di macelleria sociale” taglia corto il pidiellino Giuliano Cazzola che osserva, alludendo ad un analogo incontro tra Montezemolo ed Epifani: “Sarà che l’aria di Serravalle Pistoiese induce i presidenti della Confindustria a sentirsi vicini alla Cgil”.