Genova per noi sarà sempre anche una ferita. Quella della notte maledetta alla scuola Diaz. La notte in cui uomini e donne innocenti vennero torturati, picchiati e ridotti in fin di vita senza alcuna ragione. La notte alla quale fecero poi seguito le offese e le umiliazioni della caserma Bolzaneto, dove quelle stesse persone, ancora dolenti, con ossa rotte e ferie pronte a riaprirsi, furono condotte e picchiate ancora e costrette, soprattutto le donne, a spogliarsi e subire la volgarita’ piu animalesca e insopportabile da parte di uomini e donne in divisa. Una divisa disonorata. Come disonorato, in quella notte, a Genova, fu lo Stato italiano, la sua Costituzione e la sua democrazia. Alti dirigenti della polizia e celerini, che ne mettevano a punto gli ordini, quella notte, a Genova, disonorarono una divisa che dovrebbe immolarsi in nome della legge e non infrangerla per dar seguito a rappresaglie di stampo fascista.

La legge ieri, tardivamente, è tornata a prevalere. E lo Stato italiano ha potuto pensare nuovamente di essere uno stato di diritto e non dove prevale la legge del più forte. Soprattutto se i “più forti” sono armati di manganelli e se ne infischiano di mani alzate in segno di “resa”. Dopo undici anni, finalmente, quei colpevoli, che in questo tempo hanno continuato a lavorare e ad ottenere promozioni, non potranno più esercitare il loro mestiere: non potranno più rappresentare le forze dell’ordine e lo Stato che hanno disonorato.

Non è poca cosa, in un paese dove non ci sono mai colpevoli. Dove le stragi non hanno nomi e responsabili. Dove l’impunita’ sembra un dato di fatto.

Non è poca cosa.

Ma non è tutto e dovrebbe essere solo l’inizio. Perché, va ricordato che per arrivare a questa sentenza sono trascorsi undici anni. Che per questo i celerini responsabili della “macelleria messicana” non sconteranno nemmeno un giorno di prigione e conserveranno il proprio lavoro perche’ i reati per i quali sono stati condannati sono andati in prescrizione. Va ricordato che la maggior parte dei responsabili di quelle torture non e’ stata mai identificata per l’ostruzionismo e i tentativi di insabbiamento messi a punto ad arte da quegli stessi dirigenti oggi condannati. Va sottolineato che prima che una sola di quelle vittime potrà avere un rimborso reale, passeranno altri anni e la via non sarà facile. Va ribadito che la sentenza di ieri non fa luce (non era compito dei giudici ovviamente) sulle responsabilità dei politici che hanno contribuito a scrivere una delle pagine piu’ ignobili della storia italiana. Perché la polizia, come di norma, non agiva in maniera autonoma e, dunque, qualcuno, a livello politico, dovrebbe condividerne le responsabilita’ e le conseguenze.

Ciò che quegli uomini e quelle donne innocenti hanno subito quella notte in una scuola, in una città di un paese “democratico” è privo di qualsiasi umanità, ragione o logica. Nemmeno di fronte ai peggiori delinquenti, i rappresentanti delle forze dell’ordine devono scendere a livelli così bassi, perché loro rappresentano la legge e non il crimine. Tanto più, quindi,  il loro comportamento è imperdonabile perché è stato rivolto a degli innocenti che non stavano mettendo a repentaglio la vita o la sicurezza di alcuno.

Genova per noi sarà sempre e dovrà essere sempre, un pò, anche la Diaz. Perché bisogna chiedere, pretendere, esigere che cose del genere non accadano più. Che un Paese democratico e civile non venga ricoperto di fango in questo modo da chi, invece, dovrebbe tutelarne la sicurezza, nel rispetto piu’ alto delle istituzioni che rappresenta.

Apprendendo la notizia della sentenza ho pensato, tutte insieme, a tante cose. A Daniele Vicari, perché il suo coraggioso film mi ha fatto male come dovrebbe farne a tutti noi. A Carlo Giuliani. Alla ragazza costretta a spogliarsi e fare la pipì davanti a poliziotti e poliziotte che la deridevano. A visi impauriti che imploravano “basta, basta”. A quelle loro ferite che, comunque, non guariranno mai. A quel sangue. Sangue ovunque che, per fortuna, qualcuno ha insistito perché non si pulisse. E a Marzia la mia amica poliziotta che ieri, sono certa, ha sorriso.