Si è trattato quasi di una risposta alla decisione dell’Unesco di inserire Timbuctu tra i patrimoni dell’umanità a rischio. Trascorsi due giorni dalla decisione dell’agenzia Onu, un gruppo di islamisti si è dato allo distruzione dei tesori dell’antico centro commerciale, spirituale e culturale del Mali, che dal 16esimo secolo contribuì alla diffusione dell’Islam in Africa. Le testimonianze raccontano di uomini armati che, a bordo di pick-up, hanno circondato e distrutto il santuario musulmano del 15esimo secolo intitolato a Sidi Mahmoud – la cui tomba era stata già violata lo scorso maggio – per poi attaccare altri due mausolei, minacciando di radere al suolo tutti e sedici i santuari della città che ospita le spoglie di 333 grandi eruditi dell’Islam.

Gli islamisti fanno parte del gruppo radicale Ansar Dine (il difensore della religione), ritenuto legato alla rete di al Qaida per il Maghreb islamico (Aquim), e considerano i santuari una forma di idolatria, sebbene accettata da altre correnti dell’Islam come il sufismo. Dall’aprile scorso hanno sotto controllo il Nord del Paese conteso con i separatisti tuareg del Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad (Mnla) che approfittarono del vuoto di potere causato dal colpo di Stato contro il presidente Amadou Toumani Toure (cui i militari contestavano proprio lo scarso sostegno alle truppe contro la rivolta tuareg) per dichiarare l’indipendenza. Ai primi di giugno l’accordo tra i due gruppi per l’istituzione di uno stato islamico nella regione si era tuttavia arenato sull’obiettivo dei gruppi islamisti di imporre la sharia. “Questa è una notizia tragica per noi tutti”, ha dichiarato la presidente del comitato esecutivo dell’Unesco, Alissandra Cummins, in un comunicato. “Chiedo a tutti quelli impegnati nel conflitto a Timbuctu di esercitare il proprio senso di responsabilità”, ha aggiunto.

Giovedì l’agenzia che si occupa di cultura educazione e scienza aveva accolto la richiesta del governo di Bamako di inserire sia la città di Timbuctu sia la tomba di Askia tra i patrimoni in pericolo così da “favorire collaborazione e sostegno” per tutelare i siti minacciati dal conflitto armato nella regione. “Sembra una reazione diretta contro la decisione dell’Unesco”, ha spiegato alla Reuters il parlamentare Sandy Haidara. Il conflitto tra i due gruppi vede al momento prevalere proprio gli islamisti. Come dimostrano gli attacchi ai santuari, Ansar Dine ha consolidato le proprie posizioni a Timbuctu, dalla quale, riferiscono le cronache degli ultimi giorni, ha di fatto estromesso i ribelli tuareg. Lo stesso, secondo quanto riportato dalla Reuters, è accaduto a Gao, dove le violenze hanno fatto almeno 20 morti con i tuareg costretti a lasciare la città in mano ai miliziani del Mujao, un’altra delle sigle della galassia islamista.

Del caso Mali, intanto, si è discusso ieri in Costa d’Avorio durante il vertice della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas). Tra i partecipanti anche il presidente del Burkina Faso, Blaise Campaore, mediatore dell’organizzazione nei colloqui con i ribelli che, come chiesto dal rappresentate Onu per l’Africa occidentale, Said Djnnit, devono focalizzarsi sugli aiuti umanitari e sulla salvaguardia della popolazione. Secondo fonti diplomatiche citate dall’agenzia France Press, i leader africani presenti al vertice potrebbero fare marcia indietro sull’ipotesi di intervento militare o comunque riconsiderare l’invio di 3.300 soldati. Il piano necessita infatti del sostegno internazionale, soprattutto logistico, e una prima bozza era stata definita ancora troppo vaga dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. A favore dell’intervento è il confinante Niger, mentre i mediatori sono al lavoro per tentare di persuadere Ansar Dine a tagliare i propri rapporti con la rete di Aquim. Anche l’Algeria, militarmente il Paese più forte, è per una soluzione negoziale e chiede di giocare un ruolo maggiore.

di Andrea Pira