E’ durato un’ora il colloquio tra il direttore generale uscente della Rai, Lorenza Lei, e Mario Monti che nei giorni scorsi ha indicato il suo successore, Luigi Gubitosi e il presidente Anna Maria Tarantola. Ma è domani che la partita Rai entrerà nel vivo del confronto politico. A palazzo San Macuto, sede della commissione di Vigilanza, si riunisce infatti l’ufficio di presidenza dell’organismo per decidere il calendario delle votazioni che dovrebbero portare alla formazione del nuovo cda. E mai come in quest’occasione il condizionale è d’obbligo.

Il Pd insiste nel mantenere una posizione “aventiniana”, quella cioè di non voler prendere parte in alcun modo alla lottizzazione delle nomine del consiglio, ma è spaccato al suo interno. Da una parte i popolari di Beppe Fioroni che invitano il presidente del Consiglio a suggerire suggerisca “alla commissione di vigilanza i sette nomi del cda” per potere blindarlo dall’interno. Una linea minoritaria che tuttavia non è recepita dalla segreteria, intenzionata ad arrivare al commissariamento attraverso lo stallo parlamentare. Sul fronte del Pdl, preso comunque in contropiede dalla mossa di Monti, ora tenta di attaccarsi ai cavilli (come l’errore d’ indicazione del nuovo direttore generale, che sarebbe dovuta avvenire dentro il cda e non direttamente da parte del premier, ma è più una questione di forma che di sostanza) per tentare di procrastinare l’arrivo dei nuovi e mantenere il più possibile Lorenza Lei nella seggiola più alta di viale Mazzini.

Insomma, una serie di veti incrociati potrebbero paralizzare la Vigilanza Rai. Sul voto al presidente Tarantola, in verità, i democratici non faranno mancare il loro apporto, consentendo in questo modo alla neo indicata presidente di raggiungere i due terzi previsti dalla legge Gasparri, ma il bello verrà dopo. Quando si tratterà di nominare gli altri sette consiglieri che, nell’ipotesi della “rivoluzione montiana” della Rai, alla fine potrebbero contare di meno dei loro predecessori, se verrà cambiato lo statuto dell’azienda e si ridistribuiranno i poteri del consiglio. La partita, in questo senso, è appena agli inizi. Comunque, nonostante l’accordo politico sia ancora lontano, cominciano a filtrare indiscrezioni su alcune indicazioni dei partiti rispetto ai nuovi componenti del cda. Si sa, per esempio, che l’Udc sarebbe orientato a confermare Rodolfo De Laurentiis, così come il Pdl intende lasciare al settimo piano di viale Mazzini Antonio Verro, un berlusconiano dal pedigree indiscutibile che ha persino rinunciato al desco di parlamentare pur di rimanere prima sentinella del Cavaliere nel cda; a Palazzo Grazioli dicono che la riconferma se l’è in qualche modo meritata, ma di fatto non saprebbero proprio dove metterlo per ringraziarlo dei servigi resi nella trascorsa stagione tv, anche sotto la direzione di Mauro Masi. Chi pare avere le idee chiare sembra poi la Lega. Che forte del nuovo corso maroniano potrebbe promuovere Gloria Tessarolo (una fedelissima di Luca Zaia, ma vicina anche a Flavio Tosi) dal cda di Raicinema a quello dell’azienda, mentre ci sono forti dubbi sulle altre due poltrone in quota Pdl e, soprattutto, per le due in quota Pd.

Ecco, è proprio su questo punto che la Vigilanza potrebbe inchiodarsi fino a raggiungere uno stallo tale da indurre Monti a prendere provvedimenti drastici per sbloccare la situazione. Infatti, se la Vigilanza (quindi il Parlamento) non riuscissero a esprimere un cda completo, il premier avrebbe gioco facile nell’ imporre un commissariamento (a questo punto anche per decreto, con il sicuro appoggio di Napolitano) e questo, per il partito Mediaset, è forse un’eventualità anche peggiore di quella che si prospetta con la presidenza Tarantola. Così, nei palazzi pidiellini comincia a circolare il nome di Guido Paglia, attuale capo della comunicazione Rai, un tempo finiano di ferro poi rimasto a fianco del Cavaliere anche nei momenti più cupi della sconfitta. Una “personalità di sicura competenza”, dicono a via dell’Umiltà, che potrebbe trovarsi benissimo accanto ad un altro nome ex Rai di grande prestigio (ma di pessima fama). Si tratta du di Rubens Esposito, ex potentissimo capo dell’ufficio legale della Rai, oggi solo consulente di Raiway e dell’Agcom. Un possibile “ritorno a viale Mazzini” che viene temuto da molti come una jattura. Insomma, all’appello resterebbero davvero solo i candidati del Pd. Senza di loro (o senza indicazione di nomi da parte di altri per i due posti vacanti), il cda non si può formare e Monti ci mette il commissario. Articolo 21, l’associazione capitanata da Beppe Giulietti, ha proposto i nomi di Sandra Bonsanti e di Lorella Zanardo (autrice dello splendido film “Il corpo delle donne”), mentre ambienti parlamentari di area centrosinistra hanno avanzato le candidature del costituzionalista Valerio Onida e di Stefano Rodotà, ma è chiaro che senza un avallo del Nazareno nessun nome potrà essere votato dalla maggioranza. La questione Rai, dunque, rischia di diventare una patata bollente per Monti quasi quanto l’afflizione sul ddl Sviluppo o sulla richiesta all’Europa di allentare il patto di stabilità. 

Da parte sua il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, ha inviato oggi una lettera al presidente della Commissione di Vigilanza Rai, Sergio Zavoli, per chiedergli di “convocare in Commissione la dott.ssa Tarantola allo scopo di conoscerne intendimenti e programmi per il servizio pubblico e di valutarne approfonditamente i requisiti di competenza nella materia, l’eventuale sussistenza di conflitti d’interesse e l’indipendenza”. Insoddisfatta dei nuovi vertici è invece Daniela Santanché (Pdl) che ospite di KlausCondicio ha detto: “A Gubitosi e alla Tarantola avrei preferito Santoro, che almeno la tv la sa fare”. Poi ha aggiunto: “La Rai diventerà una banca. Mi auguro che il Pdl non voti questo blitz, questo golpe sulla Rai.