Era da tempo scontato. Anzi: considerato il livello di chi ha cercato di contrastare la sua corsa, era scontato da sempre. Ma ora è, a tutti gli effetti, matematicamente certo. Conquistati, dopo le primarie in Texas, i 1140 delegati necessari per trasformare in semplice passerella la prossima Convention di Tampa, Willard Mitt Romney è oggi – di fatto, anche se non ancora ufficialmente – il candidato presidenziale repubblicano. E proprio a lui – o, per dirla col perfido Newt Gingrich, “al tizio che nel 2008 perse col tizio che perse con Obama” – toccherà ora il compito di cercar di sfrattare, a novembre, l’attuale inquilino del 1600 di Pennsylvania Avenue. I sondaggi – che, con poche varianti, assegnano ad Obama un molto risicato vantaggio – preannunciano una incertissima contesa che questo blog si sforzerà di seguire nei dettagli. Ma due cose vale la pena sottolineare fin d’ora.

La prima: Mitt Romney – che a novembre potrebbe diventare presidente della più poderosa potenza del pianeta – non esiste. O meglio, altro non è che una presenza formale – indispensabile eppur irrilevante – in una corsa che, in realtà, ha due veri protagonisti: Barack Obama e l’economia. Con eccellenti possibilità che, alla fine, sia la seconda a prevalere.

I dati sono, per il presidente in carica a dir poco sconfortanti. Con poche varianti, tutte le inchieste d’opinione rivelano come il 75 per cento degli elettori sia convinto che gli Stati Uniti ancora si trovino in piena recessione; come appena poco più del 30 per cento pensi che il Paese stia andando “nella giusta direzione”; e come soltanto il 35 per cento ritenga di star meglio oggi di quanto stesse quattro anni fa. Unico elemento di conforto per Obama: un buon indice (50 per cento o giù di lí) di “gradimento personale”. Per le statistiche elettorali – quelle che, negli ultimi ottant’anni hanno inquadrato la relazione tra condizioni economiche e andamento del voto – Obama dovrebbe, a questo punto, esser spacciato. Nessun presidente uscente, anche se personalmente popolare, è mai, in passato, sopravvissuto a queste cifre… E invece Obama è – anche per merito della “inesistenza” di Mitt Romney – ancora in piena corsa. Ed in piena corsa resterà, presumibilmente, fino all’ultimo istante.

Ormai appare evidente: gli esiti del voto dipendono, in massima parte, da quel che nei prossimi mesi dirà – soprattutto dalla sponda europea – l’economia globale. E ben poco di quello che a Mitt Romney accadrà di dire o fare durante la sua campagna elettorale potrà a cambiare, in peggio, una percezione della presidenza già ai suoi minimi storici. Ci saranno, in questi mesi, come in ogni corsa presidenziale, parole e fatti, colpi di scena, gaffe, dibattiti e scandali. Ma la vera partita è oggi – ed è destinata a restare – tra Obama e un Paese che Obama deve convincere di saper guidare verso un futuro meno incerto.

Seconda cosa. Mitt Romney “non esiste” – o, se si preferisce, è il candidato che non c’è – anche per meriti esclusivamente propri. Perché Romney ha in questi mesi davvero dimostrato d’essere, per molti e sostanziali aspetti, una rappresentazione del nulla; o, per meglio dire, di quel molto specifico “nulla” che va sotto il nome di “opportunismo”, “virtù”, questa, che – sebbene molto comune nella vita e, da sempre, parte essenziale della politica – Mitt Romney è riuscito a riprodurre in forma straordinariamente “pura”, ai limiti, quasi, dell’innocenza.

Eric Fehrnstrom, uno dei più alti consiglieri del candidato repubblicano ci ha qualche settimana fa regalato – del tutto involontariamente e, per l’appunto, proprio per questo nella sua forma più “pura” -– una metaforica rappresentazione della totale assenza di identità e di principi che guida il suo attuale datore di lavoro. La campagna di Mitt Romney è, ha detto, un “etch-a-sketch”, uno di quei giochi per bambini che consentono di riprodurre, con una penna speciale, disegni ed immagini che poi scompaiono semplicemente “scrollando” la tavolozza…

Lungo queste primarie – e lungo tutta la sua carriera politica –  Romney ha scrollato se stesso tante volte ch’è orma impossibile identificarlo con qualcosa che non sia una tavolozza vuota. Vuota per tutti, anche per i suoi sostenitori. Vuota (e tuttavia piena di significato) come la frase con la quale, ieri, ha spiegato al mondo le ragioni che l’hanno spinto a cominciare la sua campagna da candidato repubblicano a Las Vegas, in molto discutibile compagnia. Ovvero: al fianco dell’imprenditore-entertainer Donald Trump, macchiettistico e danaroso personaggio – da George Will, decano dell’intellighezia conservatrice americana, definito giorni fa un “bloviating ignoramus”, un ciarlatano ignorante – che ha di recente conquistato i cuori dell’America più rabbiosamente anti-obamista, nelle vesti di molto esagitato “birther” (i “birthers” sono quelli che sostengono, contro ogni evidenza, che Obama è nato in Kenia e che, per questo, non può essere presidente degli Stati Uniti). Non condivido le sue posizioni – ha detto in sostanza il “nominee” repubblicano – ma se voglio vincere devo arrivare al 50,1 per cento dei voti, quindi…

Non c’è che dire. Mitt Romney non è soltanto un opportunista. È, a suo modo, un opportunista tutto d’un pezzo. E, pur essendo un candidato che non c’è, ci regalerà, nei giorni a venire, molte cose da raccontare.