Le notizie del massacro avvenuto ieri a Hula, nella provincia di Homs, in Siria, hanno provocato durissime reazioni internazionali. Le prime sono state quelle del segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon e dell’inviato speciale per la Siria di Onu e Lega Araba, Kofi Annan, che hanno definito gli eventi di Hula «una impressionante e brutale violazione dei diritti umani». Annan e Ban, in un comunicato congiunto, hanno condannato «nel modo più forte possibile l’uccisione di decine di uomini donne e bambini». Un massacro che peraltro è stato confermato dagli osservatori della missione Onu presenti in Siria, che hanno potuto essere sul posto poco dopo i fatti.

VIDEO – Onu: “Strage inaccettabile”

Il generale Robert Mood, capo della missione Onu, ha fornito un bilancio ufficiale della strage: 85 morti, di cui 34 bambini sotto i 10 anni e sette donne. «Chiunque sia stato ad appoggiare, iniziare o sostenere un simile atto deve essere ritenuto responsabile e deve risponderne», ha detto Mood alla stampa internazionale. Il generale si è guardato bene però dall’indicare presunti responsabili della strage, una delle più efferate avvenute in oltre un anno di proteste e repressione in Siria.

Ma se per le opposizioni siriane e per gran parte della comunità internazionale non ci sono dubbi sul marchio delle forze di sicurezza governative dietro il massacro, il governo di Damasco offre un’altra versione. Secondo Jihad Makdissi, portavoce del ministero degli esteri siriano, infatti, a compiere la strage sono stati i «terroristi» che il governo di Damasco accusa di essere responsabili delle proteste e degli assalti anti-regime. Makdissi, ha criticato «alcuni governi stranieri» per le loro accuse «senza prove» dirette contro il governo di Bashar Assad e ha offerto un’altra storia: alcune centinaia di uomini armati, da venerdì, «hanno attaccato Houla con armi pesanti, compresi lanciarazzi anticarro». Le forze di sicurezza si sarebbero mosse per proteggere la popolazione civile, ha detto ancora il portavoce, «e per questo abbiamo perso alcuni dei nostri uomini». Secondo Makdissi, inoltre, è del tutto privo di fondamento che l’esercito avrebbe usato artiglieria e armi pesanti contro i civili a Houla, come invece raccontato dalle testimonianze che le opposizioni hanno diffuso.

La prima reazione dei gruppi armati ribelli riuniti nel Free Syria Army è stata quella di considerare «finito» il cessate il fuoco che poco più di un mese fa Kofi Annan era riuscito a mediare e che aveva aperto la strada alla presenza dei caschi blu dell’Onu: «Annunciamo che a meno che il Consiglio di sicurezza dell’Onu assuma misure ulteriori per la protezione dei civili, il piano di Annan è destinato a fallire», ha scritto il Fsa in un comunicato.

Secondo il Fsa, le forze governative hanno iniziato a bombardare Houla con i mortai da venerdì, dopo che al termine della preghiera si era avviata una grande manifestazione anti-regime. A compiere il massacro, poi, sarebbero stati gli Shabiha, le milizie irregolari filogovernative accusate dei peggiori casi di atrocità avvenuti finora.

Dalla Lega araba all’Onu, la reazione al massacro è quella di riunioni urgenti per «valutare la situazione». L’agenzia di stampa kuwaitiana Kuna ha annunciato che il Kuwait – che ha la presidenza di turno – convocherà a stretto giro un incontro della Lega araba per discutere il da farsi, mentre il ministro degli esteri britannico William Hague ha annunciato una simile iniziativa anche nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, dove, secondo le dichiarazioni del segretario stato Usa Hillary Clinton, saranno valutate «ulteriori misure di pressione per essere sicuri che il governo di Assad e dei suoi accoliti, basato sull’omicidio e sulla paura, arrivi alla fine».

Parole di condanna sono arrivate anche dall’Ue e dai principali governi europei che hanno allo studio una ulteriore serie di sanzioni internazionali da applicare a breve termine.

La sensazione è che con il massacro di Houla si sia arrivati a una svolta della crisi siriana. La presenza degli osservatori Onu non è bastata a fermare le proteste e la repressione e con l’aggravarsi della crisi perdono di credibilità anche le vie d’uscita “morbide”, con qualche garanzia per Assad e una transizione pilotata, sul modello di quanto successo in Yemen, su cui si potrebbe trovare l’accordo di Mosca e Pechino. Lo spazio di manovra si riduce con il passare delle settimane e con il crescere della tensione in altri paesi vicini, a partire dal Libano, dove ci sono già stati diversi “incidenti” con morti e feriti negli scontri tra alawiti e sunniti. Inoltre, i carichi d’armi che la polizia libanese ha sequestrato e quelli che, secondo alcune analisi di intelligence, sarebbero in arrivo per il governo siriano da Russia e Corea del Nord, inducono a credere che la situazione a Damasco sia ormai molto vicina allo scenario peggiore: una guerra civile a tutto campo.

di Joseph Zarlingo