Vincere e dirsi addio. Oramai il calcio inghiotte le vittorie e tritura i sentimenti. E portare a casa la coppa non è abbastanza. Nemmeno se la coppa è la Champions League, che il Chelsea non ha mai vinto prima della magica notte di sabato. Nemmeno se per vincerla Abramovich, il discusso oligarca russo padre padrone del club, in nove anni ha investito un miliardo di sterline e cambiato 9 allenatori. E così adesso al Chelsea sono alla ricerca del decimo, anche se, bontà loro, ammettono: “Di Matteo potrebbe essere uno dei candidati”. Sì, perché a regalare ai Blues l’agognata Champions ci ha pensato Roberto Di Matteo: allenatore del Chelsea quasi per caso, che ha trionfato lì dove altri avevano fallito. E da sabato è entrato nell’Olimpo dei più grandi: diventando il settimo tecnico italiano ad essere riuscito nell’impresa.

Nessuno lo avrebbe immaginato il 4 marzo scorso, quando il patron russo silurò il 34enne portoghese Villas-Boas, per cui in estate aveva pagato al Porto 15 milioni di clausola di rescissione, e affidò la panchina al suo secondo: Di Matteo. Ex centrocampista della Lazio e della nazionale, nato in Svizzera da genitori italiani che in gioventù hanno passato la frontiera in cerca di lavoro e fortuna, Di Matteo al Chelsea c’è già stato da giocatore, dove è ricordato come l’uomo dei sogni di Wembley: tre gol decisivi in altrettante finali nel mitico stadio per regalare ai Blues 2 FA Cup e 1 Coppa di Lega. Poi un brutto infortunio che ne tronca la carriera, a soli 31 anni. Qualche anno di pausa e poi una fulminante gavetta da allenatore: promozione dalla terza alla seconda serie col Milton Keynes, promozione in Premier col West Bromwich.

Ad agosto il ritorno a Londra, come assistente di Villas-Boas: l’ex assistente di Mourinho, che ad Abramovich sembra la serigrafia giovane dello Special One, il suo primo grande amore (2 campionati e 4 coppe al Chelsea dal 2004 al 2007). Ma l’allievo dal maestro ha ereditato solo l’arroganza, dentro e fuori dal campo, e non la magia, la sapienza tattica, né tantomeno la capacità del condottiero di avere soldati pronti a buttarsi nel fuoco per lui. Anzi. In sette mesi Villas-Boas si mette contro tutto lo spogliatoio facendo fuori i senatori e la squadra precipita in caduta libera. Il presuntuoso enfant prodige portoghese fallisce, e così a marzo Di Matteo si trova catapultato quasi per caso sulla panchina del ‘suo’ Chelsea.

Esegeta del basso profilo, umile, riservato: mai una polemica né una dichiarazione sopra le righe. Mai un atto di vanità o di arroganza. L’antitesi del suo predecessore. Di Matteo rimette in sesto i cocci della squadra: toglie le punte in eccesso per rafforzare difesa e centrocampo, richiama i senatori e chiede loro di dargli una mano. I ‘vecchi’ Terry, Lampard e Drogba lo ripagano, e in due mesi il Chelsea vince la Fa Cup, e in Champions supera in serie Napoli, Benfica, Barcellona e in finale il Bayern. Il gioco non sarà spettacolare, le sue conferenze stampa non saranno scoppiettanti, ma intanto vince. Alla Fußball Arena di Monaco sabato Di Matteo solleva la coppa un passo dietro i suoi giocatori. Prima vengono i ragazzi: il merito è sempre loro.

Ma l’umiltà e la modestia nel calcio non pagano. Villas-Boas, il perdente superbo, è il tecnico più cercato del mercato estivo: lo vogliono a Roma, a Barcellona, a Liverpool. Di Matteo no, il vincente umile non tira. Abramovich cerca una vita spericolata, un tecnico da prima pagina (Guardiola, Hiddink, Capello, Redknapp), col rischio di non vincere. La riconoscenza non abita nel calcio. Di Matteo lo sa. Può andare all’Aston Villa, c’è un’ipotesi Lazio: sarebbe il minimo. Intanto, con ancora la Champions tra le mani, a domanda risponde: “Il mio futuro non è importante, accetterò serenamente qualsiasi decisione. Ora andrò in vacanza con la famiglia”. Come un novello Cincinnato, Di Matteo torna in battaglia quasi per caso e conduce i suoi alla vittoria. E una volta conquistato il trofeo, senza troppo clamore, si fa da parte. Quando vincere, e poi dirsi addio, è una questione di stile.