L’esecuzione brutale dell’avvocato Enzo Fragalà, massacrato a colpi di bastone il 23 febbraio 2010 nel centro di Palermo, potrebbe essere legata alla trattativa Stato-mafia per il 41 bis. E’ quanto emerge dalla deposizione dell’ex capo del Dap Sebastiano Ardita, sentito il 15 maggio scorso dalla Commissione parlamentare antimafia, un’audizione che molto probabilmente sarà trasmessa integralmente alla Procura di Palermo.

I deputati Fabio Granata (Fli) e Giuseppe Lumia (Pd) hanno chiesto infatti al Presidente dell’Antimafia Beppe Pisanu di inviare i verbali all’aggiunto Maurizio Scalia, e ai pm Nino Di Matteo e Carlo Lenzi, titolari dell’indagine sull’uccisione del penalista palermitano, rilevando la novità degli scenari prospettati dal’ ex capo del Dap a Palazzo San Macuto: ‘’La trattativa sul 41 bis e sulle richieste e le aspettative di Cosa nostra- scrivono in una nota Granata e Lumia -potrebbero essere la chiave di interpretazione dell’efferato delitto”.

Enzo Fragalà, avvocato penalista molto noto a Palermo e deputato di An tra il 2001 e il 2006, viene aggredito nei pressi del suo studio, proprio di fronte al Palazzo di Giustizia, da un uomo con il volto coperto da un casco integrale. Un colpo alle gambe per impedirgli la fuga. E poi altri colpi di bastone, rapidissimi, sferrati con inaudita violenza alla testa. Il sicario agisce con la rapidità e la precisione di un professionista. Poi fugge a bordo di una moto, dileguandosi tra i vicoli del mercato del Capo. L’avvocato crolla sul marciapiede e arriva in coma all’ospedale Civico di Palermo, dove rimane tre giorni tra la vita e la morte. Poi, il 26 febbraio, muore.

Un omicidio che ha una cifra particolare. La violenza brutale. La ferocia animalesca. La cattiveria di un’esecuzione che proprio per le sue modalità non sembra portare la firma di Cosa nostra. Dopo due anni, infatti, l’omicidio rimane un rebus indecifrabile. Senza un colpevole, senza un mandante e soprattutto senza un movente. Ora le parole dell’ex capo del Dap potrebbero dare nuovo impulso alle indagini. ‘’Nel 2009 – dice Ardita all’Antimafia – molte delle falle del 41 bis vengono corrette. Il tribunale di sorveglianza di Roma diventa l’unico soggetto competente. Si fa un’operazione di razionalizzazione. Però succedono anche fatti, che oggi non hanno una spiegazione, ma sui quali dobbiamo interrogarci. Un fatto molto grave su cui ancora non c’è chiarezza è l’omicidio dell’onorevole Fragalà, persona che ha un profilo professionale specchiato, che ha sempre fatto le sue battaglie, che ha sempre avversato il 41 bis e che muore anni dopo la cessazione del mandato parlamentare, ma solo qualche mese dopo l’approvazione di una legge che stabilizza il 41 bis e rende più funzionale le esigenze di prevenzione’’.

La conclusione di Ardita è che quell’esecuzione, in quella data, in quel preciso momento, “è un fatto che deve far pensare. Noi non possiamo dire nulla, ma non possiamo neanche escludere”. Per l’ex capo del Dap, l’agguato brutale all’avvocato di Palermo potrebbe essere letto come un segnale lanciato da Cosa nostra a quel plotone di penalisti siciliani, specializzati nella difesa dei boss mafiosi, sui quali si erano concentrate grosse aspettative –nel momento della loro elezione a parlamentari – su come si sarebbero mossi per favorire interessi mafiosi, anche attraverso la promozione di un’attività legislativa in senso ultragarantista.

Cosa nostra non ha mai nascosto la propria insoddisfazione per la mancata concretizzazione delle promesse e degli impegni assunti in quelle campagne elettorali. E proprio quando il 41 bis diventa di fatto più duro, ecco che secondo Ardita, potrebbe essere scattata la vendetta mafiosa, camuffata da omicidio d’impeto e -a prima vista – di difficile lettura. “Un avvocato di quel ruolo – dice all’Antimafia- non può facilmente essere eliminato da chicchessia. Perché le organizzazioni criminali su questi fatti pongono attenzione. Il fatto che Fragalà non avesse più la funzione parlamentare rende meno possibile o più grave il fatto criminale? Può voler dire che il messaggio è: noi ci ricordiamo sempre di voi, anche dopo, anche quando sarete ai giardinetti con i nipotini”.

Nel 2002 lo stesso Fragalà era stato indicato dal Sisde come un possibile bersaglio di attentati mafiosi insieme all’ex ministro Saverio Romano, e all’ex deputato di Forza Italia Nino Mormino, anche loro avvocati. Il penalista aveva rifiutato la scorta, specificando che “ogni parlamentare deve essere libero di esercitare il proprio ruolo senza le protezioni e senza le tutele che lo allontanano dai cittadini’’. Una scelta pagata con la vita.

di Giuseppe Pipitone e Sandra Rizza