“I veri killer di Roberto Calvi non verranno mai puniti perchè sono protetti dallo stato italiano, da membri della loggia massonica P2″. A pronunciare queste parole d’accusa è Francesco Di Carlo detto “Frankie lo strangolatore”, un mafioso che nel 1991 venne indicato come il principale indiziato di chi sosteneva la tesi dell’omicidio per il “Banchiere di dio”. Il presidente del Banco Ambrosiano, istituto legato all’Istituto per le opere di religione (Ior) in quei tempi guidato da Paul Marcinkus, venne trovato impiccato sotto il ponte dei Frati neri a Londra  nel giugno del 1982. Nelle sue tasche Scotland Yard trovò dei mattoni e 15 mila dollari in contanti.

In principio a Londra come a Roma si diede poco peso alla vicenda, derubricando il caso come un semplice suicidio ma con il passare degli anni la magistratura britannica aprì all’ipotesi di omicidio, trovando sponda anche in Italia quando nel 2010 dalla Corte di Assise d’Appello di Roma fugò ogni dubbio: confermando le assoluzioni di Flavio Carboni, Pippo Calò ed Ernesto Diotallevi, scrisse nelle motivazioni della sentenza: “Roberto Calvi è stato ammazzato, non si è ucciso”.

Per quanto riguarda “lo strangolatore” il suo nome lo fece per la prima volta nel luglio 1991 Francesco Marino Mannoia, cresciuto nella mafia come braccio destro di Stefano Bontate, ma Di Carlo nega di aver avuto alcun ruolo diretto nel delitto: “Non sono stato io quello che ha impiccato Calvi. Un giorno scriverò tutta la vera storia. Chi lo ha fatto ha enorme potere. Sono un misto di politici, presidenti di banca, militari, vertici della sicurezza e così via. Questo è un caso che continuano ad aprire e richiudere ma che non sarà mai risolto. Più in alto sali, meno prove trovi”. “Frankie” sembrò il sospetto ideale: arrivato nel Regno Uniti negli anni ’70 dopo esser stato collegato all’assassinio di due poliziotti in Sicilia era salito di grado diventando il supervisore britannico delle operazioni di Cosa Nostra. 

Se Di Carlo si tira indietro non smentisce però l’implicazione delle cosche nell’affaire Calvi. La mafia condannò a morte il banchiere e lo contattarono per portare a termine l’operazione: “Ero a Roma. Il 16 giugno 1982 ricevetti una telefonata da un amico in Sicilia. Pippo Calò mi cercava perché dovevo fare qualcosa per lui. Quando finalmente gli parlai, Pippo mi disse di non preoccuparmi, che il problema era stato risolto. Era il codice che usavamo. Mai parlare di uccidere qualcuno. Diciamo che un problema è stato risolto”. L’eliminazione del finanziere, spiega il pentito, fu un omicidio cautelare: “Venne ucciso perché aveva cominciato a fare nomi. Nessuno si fidava più di lui. Gli amici avevano preso le distanze. Sapeva che poteva essere arrestato di nuovo in qualsiasi momento. Era debole. Un uomo finito”.