Pubblichiamo l’intervento di Don Gallo in “Ai bordi dell’infinito” (Chiarelettere), saggi e testimonianze intorno al pensiero di Fabrizio De André. Il volume è a cura di Elena Valdini e Fondazione Fabrizio De André Onlus. Firme illustri e sconosciuti illustri traggono spunto dalle sue canzoni per offrire uno sguardo nuovo sulla realtà. 

E’ un portone di legno smaltato di verde né grande né piccolo che dà sulla strada l’ingresso alla Comunità di San Benedetto al Porto. Al civico 12 della via omonima nessun nome sul campanello, nessuna insegna, solo un portone, alla sinistra della chiesa, di fronte alla fermata dell’autobus (…). Don Andrea Gallo sposta la sedia da un lato al fianco della scrivania e comincia a raccontare che negli anni Sessanta era viceparroco al Carmine, che è “subito a ridosso di via del Campo e a cinquanta metri dal Liceo Colombo”. Lì in quel periodo insegnava religione un suo cugino, anch ’egli prete, don Giacomino Piana, “suo papà era primo cugino di mio papà e Fabrizio fu suo allievo in terza liceo”.

Quell’anno uno studente si suicidò “e a scuola diedero ai ragazzi un componimento – allora la chiesa rifiutava i funerali ai suicidi – e mio cugino venne da me mostrandomi lo scritto di un ragazzo che si faceva delle domande: ma come? La Chiesa che deve accogliere tutti esclude chi si toglie la vita? Questo fu il primo, indiretto, contatto che ebbi con Fabrizio”. “Credo che Fabrizio De André non conoscesse chi era Fabrizio De André, ecco perché l’ho sempre seguito. Mentre gli altri giustamente pensano alla carriera, ai soldi, lui invece…: lo stesso Gino Paoli mi diceva ‘ma sai che quel ragazzo non vuol mai andare a suonare, che devo buttarlo io a microfono?’. “Anche don Andrea Gallo forse non sa chi è Andrea Gallo (…). “A Genova tutti mi chiamano ‘don’, anche il leggendario console dei portuali mi chiama ‘don’. Lo stesso Fabrizio: ‘Don, ma cosa ci vado a fare io alla Bussola?’, e così mi confermava che non sapeva chi era, ecco perché è la mia colonna sonora”. (…) “La spiritualità, che non ha niente a che fare con la religiosità, è l’impegno etico di ciascuno di scoprire nel più profondo del proprio essere delle potenzialità superiori addirittura alla ragione. È uno dei tre doni ricevuti da tutte le persone umane: intelligenza, creatività e spiritualità, ecco perché gli ultimi hanno la possibilità di emanciparsi, e Fabrizio l’aveva intuito”. (…) Alla voce “indignazione” risponde che “Fabrizio era un indignato ma alla sua indignazione era immediatamente legata la proposta concreta: non è che t’indigni, fai un corteo e poi tutti a casa o in pizzeria, no. È un’indignazione che ha subito prospettiva. Così come quando si dice ‘ho speranza’: speranza che cosa? Se dici speranza resta astratto, e lui non è mai stato astratto. Ecco il secondo binario: l’aspirazione a un mondo migliore”.

Il riferimento è a una frase di De André (…): “Ebbi ben presto abbastanza chiaro che il mio lavoro doveva camminare su due binari: l’ansia per una giustizia sociale che ancora non esiste, e l’illusione di poter partecipare, in qualche modo, a un cambiamento del mondo. La seconda si è sbriciolata ben presto, la prima rimane”. Che cos’è la giustizia sociale? “È l’uguaglianza”. Anche analizzando i motti della Rivoluzione francese “lui sottolineava che quella che cade sempre nel vuoto è l’uguaglianza, e aveva ragione. Questa ansia per una giustizia sociale l’ha cantata continuamente. Le classi danno fastidio proprio a quelli che le classi le inventano”. (…) “Fabrizio in tutti quelli che incontrava non vedeva né angelo né diavolo, ma l’uomo. Non c’è distinzione: c’è l’uomo. Una persona, e soprattutto i giovani, chi è in difficoltà, devianza, poveri, miserabili, prostitute, delinquenti, che cos’è? Uomo”. “Una volta l’ho sentito riprendere Archimede: ‘Datemi un punto d’appoggio e vi solleverò il mondo’. Chi è il punto d’appoggio? Sei tu, uomo. Dov’è il punto d’appoggio? È dentro di noi. Ecco perché bisogna mettere al centro l’uomo”. Dice che è facile parlare di De André, che quando lo fa con i suoi ragazzi vede risvegliarsi in loro i “tre doni” “perché sentono che veramente ce la possono fare”. (…) “Disse che aveva scelto per titolo La buona novella perché sentiva il desiderio impellente di annunciare per tutti una buona notizia”. (…) “Mi diceva: ‘Ti sono amico perché sei un prete che non mi vuol mandare in Paradiso per forza’.”

da Il Fatto quotidiano, 3 maggio 2012