Nella notte fra il 14 e il 15 aprile 1987 scompariva misteriosamente l’economista Federico Caffè.  Sono trascorsi 25 anni. Come ha raccontato a Camilla Carabini di Firstonline uno dei suoi allievi di allora, Daniele Archibugi, lui, un piccolo gruppo di compagni e i nipoti del professore lo cercarono in ogni angolo di Roma. Invano.

Mi è capitato di recente di leggere un brano scritto da Caffè. Ecco le sue parole, ancora sorprendentemente attuali. «Da tempo sono convinto che la sovrastruttura finanziario-borsistica, con le caratteristiche che presenta nei paesi capitalisticamente avanzati, favorisca non già il vigore competitivo, ma un gioco spregiudicato di tipo predatorio che opera sistematicamente a danno di categorie innumerevoli e sprovvedute di rispamiatori, in un quadro istituzionale che, di fatto, consente e legittima la ricorrente decurtazione o il pratico spossessamento dei loro peculi. Esiste una evidente incoerenza tra i condizionamenti di ogni genere – legislativi, sindacali, sociali – che vincolano l’attività produttiva «reale» nei vari settori agricolo, industriale, di intermediazione commerciale, e la concreta «licenza di espropriare l’altrui risparmio» che esiste nei mercati finanziari».

Il brano è tratto da «Un’economia in ritardo», del lontano 1976. E’ incredibile. C’è già l’attualità degli ultimi anni, della finanza che prevale su tutto, che non è più lo specchio dell’economia reale, dei derivati che autoalimentano la speculazione, dei piccoli investitori infinocchiati dai bond Parmalat o da quelli argentini, della Borsa che non finanzia più l’impresa ma si avvita nei suoi giochini, di un mondo (quello della finanza) senza regole, a differenza del mondo «reale»,della gente normale, dove le leggi esistono, eccome, e vanno rispettate.

Caffè se ne andò senza lasciare tracce. Suicida, forse. C’è chi dice che si nascose in un convento. In fuga, di sicuro. Forse per problemi personali. Ma forse anche per la sfiducia di chi credeva nel libero mercato, ma temperato dall’intervento dello Stato, degli Stati. Di un uomo che in anticipo scorgeva quello che sarebbe successo.

«Mi piace immaginarlo quando insegnava – lo ricorda Archibugi. Solo, dietro una cattedra si trasformava. I muscoli del viso si scioglievano in un leggero sorriso, segno della spiccata autoironia che lo caratterizzava; le spalle si aprivano nella ritrovata fiducia in se stesso. Piegava una gamba sulla sedia e vi si siedeva sopra, aggiungendo quei 3-4 cm in più alla sua piccola statura che gli davano la forza e lo facevano sentire a suo agio. Mi piace ricordarmelo così, con il sorriso che aveva quando interloquiva con gli studenti. Perché loro non lo sapevano, ma era più lui ad avere bisogno dei suoi allievi che il contrario».