Prima ha telefonato al rivale, Mitt Romney. Poi si è presentato davanti ai sostenitori a Gettysburg, Pennsylvania, e ha detto che la “mia corsa presidenziale è finita”. Rick Santorum ha sospeso la sua campagna per la nomination repubblicana. A farlo decidere, oltre i cattivi risultati delle ultime primarie, l’angoscia per la sorte della figlia più piccola, Bella, affetta da una rara malattia genetica, ricoverata in ospedale durante il week-end, dimessa domenica sera ma ancora bisognosa di cure.

Affiancato dalla moglie Karen, che l’ha seguito durante tutta la campagna, e da alcuni degli otto figli, Santorum nel discorso di addio non ha mai citato Mitt Romney, limitandosi a dire che “continuerà a combattere per dar voce ai conservatori e per sconfiggere Barack Obama a novembre”. Per sottolineare ancora una volta il tono tradizionalista e religioso della sua campagna, Santorum ha detto di aver preso la decisione “attorno al tavolo della cucina, con moglie e figli, proprio come quando ho deciso di scendere in campo”.

Rick Santorum esce di scena in un momento di ormai evidente crisi del suo messaggio politico. Nonostante un sondaggio Washington Post/Abc News reso pubblico a inizio settimana mostrasse che il 52% degli elettori repubblicani lo voleva ancora in gara, erano ormai troppi i segnali per lui pesantemente negativi. Ormai da settimane i big repubblicani chiedevano un suo passo indietro, per evitare al partito una lotta intestina e rischiosissima in vista delle presidenziali di novembre. I milioni di dollari pompati da Romney e dal suo super Pac “Restore Our Future” in spot televisivi un po’ ovunque negli Stati Uniti avevano indebolito, incrinato il messaggio di Santorum agli occhi degli elettori repubblicani. Le recenti sconfitte in Wisconsin, Maryland e Washington D.C., unite alle grigie aspettative in Pennsylvania (lo Stato di Santorum, dove si voterà il 24 aprile), devono aver fatto definitivamente decidere per il ritiro.

Finisce dunque a Gettysburg, teatro di una celebre battaglia ai tempi della guerra civile, il sogno del candidato che diceva di essere sceso in campo per “rispondere a una chiamata di Dio”. Figlio di immigrati italiani arrivati negli Stati Uniti per lavorare in miniera, ex-senatore della Pennsylvania, cattolicissimo (ha otto figli, e l’ultima, Bella, è stata fatta nascere nonostante i medici avessero diagnosticato la gravissima malattia genetica ben prima del parto), Santorum ha condotto una campagna per molti versi strana e sorprendente. A differenza di altri candidati, Michele Bachmann, Rick Perry, Herman Cain, saliti agli onori delle cronache in tempi diversi come rappresentanti ufficiali dei conservatori, Santorum è restato per mesi lontano dai riflettori dei grandi media nazionali.

La sua candidatura sembrava quella dell’ennesimo conservatore, all’interno della rosa repubblicana, ma il più debole, povero politicamente e finanziariamente, di pura facciata. La vittoria in Iowa, il primo Stato a votare, il 3 gennaio, era dunque venuta come una sorpresa per molti, ma non per Santorum, che per mesi aveva girato l’Iowa, facendo una campagna porta a porta, contando, più che su spot televisivi e grande stampa, sul rapporto diretto con gli elettori. Da allora, Santorum ha condotto una campagna priva di grandi mezzi economici, testardamente concentrata sulla volontà di riunire il voto cristiano e conservatore contro Romney, il candidato della élite dirigente del partito e della grande finanza. La strategia ha funzionato negli Stati caratterizzati da una base repubblicana più conservatrice – Minnesota, Missouri, Colorado, Louisiana, Tennessee, Oklahoma -, ma non ha raggiunto gli altri gruppi tradizionalmente parte della galassia repubblicana: i moderati dell’East, i libertari, la borghesia delle città.

L’uscita di Santorum rende a questo punto praticamente sicura la nomination per Romney, nonostante l’ex-governatore del Massachusetts si sia sinora assicurato circa il 60% dei 1144 delegati necessari per chiudere la partita. Restano in gara Newt Gingrich e Ron Paul, ma nessuno dei due ha la forza sufficiente per insidiare Romney. Proprio Gingrich, alcuni giorni fa, ha ammesso che la nomination per Romney “è praticamente certa”, rivelando tra l’altro di avere contratto per questa campagna un debito con le banche di 4,5 milioni di dollari. Le preoccupazioni finanziarie devono avere del resto guidato anche la decisione di Santorum. Decidendo di “sospendere” la campagna, e non di ritirarsi, l’ormai ex-candidato potrà continuare a raccogliere finanziamenti elettorali, ripianando eventuali debiti contratti in questi mesi.