Un tempo era una promessa del calcio italiano. Prima al Catania poi al Teramo. Quindi un incidente d’auto. Carriera finita. Da lì in poi solo qualche partitella con gli amici. Le priorità cambiano. Arriva il matrimonio, i figli, il lavoro da imprenditore edile. Ma soprattutto gli si apre davanti un nuovo mondo: quello della ‘ndrangheta. Per Antonino Belnome inizia una nuova carriera: da giovane apprendista del crimine a padrino e capo del locale di Giussano, nella ricca Brianza. Il tutto in poco meno di dieci anni. Fino al 13 luglio 2010 quando anche questa carriera s’interrompe. Scattano le manette. Il suo nome sta in calce all’operazione Infinito assieme ad altre 159 persone. Tre mesi dopo, a ridosso di Natale, Antonino ci ripensa, riflette e decide di pentirsi. Ammette la sua appartenenza alla ‘ndrangheta e confessa diversi omicidi. Fu lui, ad esempio, a premere il grilletto che il 14 luglio 2008 uccise Carmelo Novella, il boss che voleva rendersi autonomo dalla Calabria. Belnome parla e riempie migliaia di pagine di verbale. Lette, depositate e, in parte, coperte di omissis, quelle parole per la prima volta oggi sono risuonate nell’aula bunker di San Vittore a Milano.

Data d’inizio ore nove e trenta. Capelli rasati a zero, occhiali da sole calzati in testa, maglietta rossa, Belnome risponde per oltre otto ore alle domande del sostituto procuratore Alessandra Dolci. Collegato in videoconferenza da una località segreta, l’ex padrino delle cosche lombarde, inquadrato dietro a una scrivania bianca, dentro a una stanza spoglia, ribatte colpo su colpo, non tentenna, addirittura recita a memoria diverse formule di affiliazione. Racconta i suoi esordi, tratteggia il rapporto di amicizia con Rocco Cristello, boss ucciso il 27 marzo 2008 davanti alla sua villa di Verano Brianza, svelando gli scenari che portarono all’omicidio e quelli che subito dopo ne seguirono. Fa di più: confessa i contatti del padrino defunto con le istituzioni locali, politici vari, ma non solo: anche medici e direttori di banca. Dice di come una vittima di estorsione possa diventare vittima due volte.

Insomma, è la ‘ndrangheta in presa diretta. Vista e vissuta da dentro. Non è la prima volta. Capitò negli anni Novanta con Saverio Morabito. Dopodiché più nulla. Solo intercettazioni e indagini sul territorio. Le stesse che nel luglio 2010 infiocchettano l’operazione Infinito. Con Belnome, però, c’è qualcosa di più. Lo si intuisce ascoltando il suo racconto.

ESORDIO ALL’ORTOMERCATO

“Il primo contatto con la ‘ndrangheta – dice – avviene dopo la scarcerazione di mio cugino Liberato Tedesco“. Sono i primi anni del duemila. Con il cugino va all’Ortomercato di Milano. Qui lavora Andrea Ruga, uomo di riferimento dei clan di Monasterace, molto vicino al boss Vincenzo Gallace. “Ruga – prosegue Belnome – all’epoca era semilibero. Quel giorno mangiammo assieme. E da lì in poi rimanemmo in contatto”. Ruga e Belnome si scambiano il numero di telefono. Liberato conferma: il cugino è a disposizione. “Con Ruga nasce una simpatia. Mi richiamò dopo una settimana. Io andavo a trovarlo all’Ortomercato. Lì aveva una baracca con dentro frutta e formaggi”. In quel periodo, Belnome è solo un contrasto onorato “cioè una persona non ancora affiliata ma molto vicina alla ‘ndrangheta”. E in questo ruolo accompagna “Ruga nei suoi incontri”.

INCONTRI DECISIVI E AFFILIAZIONE

La carriera criminale è solo all’inizio. Da lì a poco arriveranno altri incontri decisivi. Su tutti quello con Rocco Cristello. “Lui era appena uscito dal carcere”. Oltre a lui conosce Antonio Stagno, altro uomo di ‘ndrangheta affiliato al locale di Seregno. “All’epoca Rocco Cristello aveva le mani in pasta ovunque. Era il re della cocaina e ne importava a bancali. Per questo feci fare un affare a mio cugino Amedeo Tedesco: 50 chili verso Roma”. Che fosse affiliato, Belnome non lo metterà mai in dubbio. Anzi. Sarà proprio in un terreno della famiglia Cristello che il collaboratore di giustizia verrà battezzato. “Ruga – dice – mi aveva preso come un figlio e dunque io avevo una via preferenziale. Fu lui a proporre a Cristello di farmi entrare nella ‘ndrangheta”. La cosa avviene nel 2003 in località Crocione. “Fu tutto fatto a mia insaputa, poi ci fu una grande mangiata”.

Un predestinato. Questo è Belnome. “Ruga aveva progettato il mio ruolo di capo locale a Giussano. Per questo in un solo momento mi furono date tre doti: picciotto, camorrista e sgarrista”. Da lì la scalata alla carica di padrino. Oltre questa c’è solo la crociata: “Chi ce l’ha può entrare anche nella massoneria“.

POLITICA E CAMPAGNE ELETTORALI

‘Ndrangheta e istituzioni. Ascoltiamo Belnome: “Solo chi ha alti gradi di affiliazione può avere rapporti con gli apparati dello Stato”, rapporti, si badi, che devono sempre essere orientati “a ottenere un guadagno per la cosca”. L’ex padrino parla poi di politica: contatti anche per organizzare campagne elettorali. Una partita che Belnome riferisce a Rocco Cristello e agli incontri avvenuti al Giardino degli Ulivi vivaio di Carate Brianze. Qui Cristello trova un “lavoro copertura” per “giustificare l’uscita dal carcere”. “Da Rocco – racconta Belnome – andavano tutti: direttori di banca e politici della zona. Anche medici e dentisti. Faceva campagne elettorali”.

AFFARI E PRESTITI

Insomma, quello che emerge è un ritratto inedito di Cristello, non più solo criminale, ma anche uomo d’affari, mediatore e faccendiere “che mise diversi milioni di euro nell’affare della multisala di Muggiò”. Uno a cui piaceva il business, tanto da prestare denaro a imprenditori. Soldi che non sempre tornavano indietro. Belnome non ricorda chi fosse quell’imprenditore, ma ha in mente “quando in un bar vicino al Giardino degli Ulivi ci incontrammo con questo con lui c’era Salvatore Strangio“. Lo stesso che finirà dritto dritto nell’inchiesta Tenacia per aver scalato, in nome della ‘ndrangheta, la Perego strade.

RACCONTO DI UN OMICIDIO

Il rapporto tra Belnome e Crsitello è “quotidiano”. Tanto che la sera del 27 marzo 2008, giornata della sua morte, “io ero con lui”. E ancora: “Il pomeriggio siamo andati a giocare a calcetto”. Poi un piccolo episodio: “Qualcuno ci guardava, ma Rocco ci rassicura dicendo che era un carabiniere”. Da lì il gruppo va al pub. “Verso le undici Cristello va a casa”. Sotto la villa la sua Cinquecento bianca viene speronata e lui crivellato di colpi. Che fa Belnome? “Ero al pub con cinque uomini di miei, eravamo armati”.

Per capire meglio lo scenario dell’esecuzione bisogna tornare indietro di due mesi, quando Belnome e Cristello si accorgono che Antonio Stagno ha messo in piedi un’estorsione a loro insaputa: 400mila euro ai danni di un rivenditore di auto. Immediata la ritorsione: quattro pallottole contro un negozio degli Stagno. Poi l’incontro con Antonio Stagno. Obiettivo: farsi dare la propria parte. Stagno abbozza su tutto. Ridarà i soldi, ma chiede tempo. “Gli abbiamo dato due mesi”. Vale a dire il 31 marzo, quattro giorni dopo l’omicidio. Nel frattempo, la vittima dell’estorsione diventa vittima un’altra volta. Belnome e Cristello gli faranno bruciare alcune auto. “Doveva capire che aveva dato i soldi alla persona sbagliata e che soprattutto Stagno non poteva proteggerlo”.

MANDANTI E GRUPPO DI FUOCO

La sera dell’omicidio ancora i soldi non sono arrivati e di Stagno non si hanno notizie. Cristello però rassicura: “Se non chiama significa che ha i soldi”. Poche ore dopo i killer lo uccidono. Belnome passa la notte del 27 marzo in casa di uno zio. Il giorno dopo il clan si riunisce in un maneggio per capire cosa sia successo perché “Cristello mica era un pinco pallo qualsiasi”. La svolta arriva quando uno dei componenti del commando tradisce e passa dalla parte di Belnome. “lo incontro vicino al laghetto di Giussano. Lui mi dava del voi e mi spiega che Antonio Stagno fece da basista mentre il gruppo di fuoco fu messo assieme da Carmelo Novella e Damiano Vallelonga“. Detto, firmato, chiuso. Interrogatorio sospeso e aggiornato.