Quando, parecchi anni fa, si cominciò a parlare di “politically correct” mi sembrò una cosa proprio carina. Finalmente diventava socialmente riprovevole usare parole come “negro” o “frocio”, finalmente stigmatizzato l’appellare con disinvoltura una donna come “zoccola”. E chi raccontava barzellette sulle camere a gas, era considerato disgustoso anziché comico. Diamine, che ci stessimo civilizzando?

Poi la cosa è sfuggita di mano. Prima con la schizofrenia: non si poteva più, giustamente, prendere per i fondelli la religione altrui, ma ciò non valeva per gli islamici. Si era liberi di insultarli in tv, e se si offendevano erano poco democratici. Stessa cosa per i rom, che manca poco siano definiti subumani senza che nessuno batta ciglio.

In seguito, si è diventati del tutto talebani. E siamo alla dittatura delle minoranze: occorre prestare attenzione persino agli avverbi, e intere carriere politiche possono finire nel cestino per una battutina con appena vaghi e fraintendibili riferimenti. La correttezza diventa censura, e poi autocensura.

Come finisce quando i talebani censurano? Finisce sempre allo stesso modo, ovvero a bruciar libri. E non si tratta qui di volgari libelli di bassa lega, no no. Siamo nientemeno che alla messa all’indice della Divina Commedia, il capolavoro della letteratura italiana, che andrebbe vietata perché è “antisemita, antislamica, razzista e omofoba”, come chiede un gruppo di “intellettuali”. Faremmo prima a bruciare l’intera biblioteca nazionale, dato che in tutto ciò che è stato scritto dal 3000 avanti Cristo fino ad una decina di anni fa non è che si badasse troppo alle minoranze. Già che ci siamo, spacchiamo anche lapidi, cancelliamo dipinti, distruggiamo statue, grattiamo via pitture rupestri. Nel neolitico, sapete, i diritti degli animali contavano poco: anzi se ne festeggiava il periodico sbudellamento immortalandolo sulle pareti. Che orrore, che inciviltà.

Così, quella che era una semplice nuova regola di civiltà si è trasformata con gli anni in una riedizione di 451 Farenheit, o della Santa Inquisizione. Se non diventa un incubo, non ci divertiamo.