Ci ho pensato, anche a lungo perche’, in fondo, e’ vero che una giornalista dovrebbe scrivere di notizie, di attualita’, lasciando da parte il “personale”. Pero’ poi, nonostante tutto, ho deciso di scrivere questo post per due ragioni. Prima di tutto perche’ questo e’ un blog e io ho scelto, sin dall’inizio, precisandolo, che avrei parlato spesso delle cose attraverso la mia vita, la mia esperienza a New York e attraverso le storie di persone a me care. Secondo, perche’ quando un papa’ compie ottant’anni, dovrebbe avere i propri figli vicino per celebrare una tappa importante. Io posso essergli vicino solo cosi’.

Ho deciso di scrivere qui, di mio papa’ Vincenzo, anche perche’ scrivere e’ tutto cio’ che ho e che lo rende orgoglioso quando al mattino puo’ andare a comprare il giornale e leggere le parole che io, a volte meglio, a volte peggio, ho messo insieme. Anche, pero’, perche’ non gli ho mai detto grazie abbastanza per aver, insieme a mia madre, fatto di me la donna che sono.

Lo ringrazio per aver giocato con me. Per avermi comprato libri. Per avermi insegnato che siamo tutti uguali. Per avermi ossessionato con la necessita’ dell’onesta’. Per avermi trasmesso la passione per la politica. Per avermi mostrato, portando il caffe’ a letto a mia madre per tutta la vita, che uomini e donne sono uguali, egualmente meritevoli di sogni e di ambizioni. Per avermi detto, quando prendevo un bel voto a scuola, che avevo solo fatto la meta’ del mio dovere. Per essere stato severo, severissimo ma sempre pronto a confrontarsi, a parlare. Per avermi spinto, senza stanchezza, a studiare di piu’, a dare il meglio di me, a cercare in me la forza e l’energia. Per non avermi voluto comprare le scarpe con il tacco quando avevo 13 anni. Per avermi mandato all’estero per imparare le lingue. Per avermi contagiato con l’amore per gli animali. Per aver pianto quando e’ morto Berlinguer. Per aver pianto. Per avermi dato il coraggio dei sogni. Per avermi fatto passare la paura del buio spiegandomi cosa fossero le ombre.

Mio padre ha sperato fino all’ultimo giorno che non venissi a New York. E’ stata l’unica volta in cui, comprensibilmente, non mi ha appoggiato. Non subito. Ma non troppo tardi. A volte mi chiede: “sei felice?” E tutto cio’ che vuole e’ sentirmi dire di si.

Vincenzo e’ un papa’ come tanti. Lo so. Ma e’ anche uno di quegli italiani che costituiscono la parte migliore di un paese stanco e malato di corruzione e indifferenza. Lui che non sa cosa sia l’indifferenza. E per questo, anche se personale, questo grazie va a tutti i Vincenzo che hanno insegnato ai propri figli, nonostante tutto, a sognare.

Auguri papa’.