L’andamento e l’esito delle primarie a Palermo mi hanno fatto venire in mente l’inizio dello spettacolo sconvolgente e profetico che più di 20 anni fa Pina Bausch aveva dedicato alla città da cui era rimasta rapita: un muro vero che crolla con un boato sul palcoscenico,  sotto lo sguardo stupefatto degli spettatori.

Più di un commentatore, tra cui Federico Geremicca su La Stampa, ha sottolineato la “coincidenza” che Rita Borsellino sia stata “bocciata” e mandata a casa “dal suo stesso popolo della sinistra” a pochi mesi dal ventennale del “barbaro assassinio” del fratello e ha parlato di “fase che si chiude”, con la postilla “non è scontato che sia un male per Palermo”.

Lasciando sullo sfondo che Rita Borsellino è stata “mandata a casa” per 151 voti, che la trasparenza non è sempre stata la regola e che a determinare il risultato hanno contribuito notevolmente i pullman di extracomunitari accorsi in massa per sostenere Ferrandelli, bisogna vedere quale nuova pagina si starebbe aprendo per Palermo.

In molti hanno visto nella sconfitta di Rita Borsellino anche la rivincita del partito sempre più trasversale e tentacolare degli avversari storici ai cosiddetti “professionisti dell’antimafia”, antica e infelice definizione di Leonardo Sciascia, di cui anche Rita Borsellino sarebbe una abusata ed obsoleta espressione.

Può anche essere che Rita Borsellino eletta con 240mila voti alle europee e che rappresenta con coerenza e senza esasperazioni personalistiche l’Italia della legalità a Strasburgo, stia meglio dove è e forse non sia il candidato sindaco ideale per una città terribilmente difficile e faticosa come Palermo. Però se gli argomenti a suo sfavore sono quelli del senatore Carlo Vizzini, fresco transfuga dal Pdl al nuovo Psi di Nencini e coinvolto per corruzione nell’ inchiesta sul Gruppo Gas, c’è di che rimanere più allibiti che sconcertati. In una recentissima intervista Carlo Vizzini, rientrato nel centrosinistra con i suoi “Riformisti per Palermo” aveva ribadito che “Rita Borsellino spacca Palermo e forse ci fa fare un passo indietro”. Ed il perché è presto detto: “Si torna a mafia e antimafia, legalità e illegalità. “E quel che è peggio” in una maniera così intransigente da essere poco compresi dai tanti che stanno né con lo Stato né con la mafia”.

Ma quel che è peggio è che argomenti fotocopia sono nel patrimonio genetico dei grandi sponsor politici di Ferrandelli, in primis Antonello Cracolici presidente del gruppo Pd all’Ars che si è scagliato contro i giovani del Pdl indignati con i corrotti all’interno dell’ assemblea siciliana, secondo lui  colpevoli di “qualunquismo forcaiolo”; con l’eterna tesi di fondo “piaccia o non piaccia il parlamento è lo specchio della nostra società”.

Due giorni prima delle primarie Antonello Cracolici e Giuseppe Lumia sono stati visti a cena con Totò Cardinale, ex Udeur che tra l’altro ha lasciato il suo scranno parlamentare in dote alla figlia, ed il senatore Giuseppe Pistorio braccio destro di Raffaele Lombardo: ma naturalmente non si deve lontanamente pensare che si sia parlato di  primarie o di voti dell’Mpa di Lombardo al giovane “vasa vasa”, anche se rispetto alla precedente consultazione ci sono stati circa diecimila voti in più.

A pochi giorni da un voto che da subito aveva presentato in modo non troppo differente dalle primarie invalidate a Napoli aspetti inquietanti, sopprattutto nelle circoscrizioni più calde come lo Zen, il bilancio è abbastanza pesante: risulta inquisita la rappresentante di lista di Ferrandelli insieme al marito per illegalità varie ed il procuratore Messineo ha parlato di un ampio ventaglio di ipotesi accusatorie.

Mi chiedo se  questo voto, con una inchiesta aperta per accertare, come hanno denunciato molti testimoni, la presenza di persone che consegnavano schede ai votanti all’esterno del gazebo dello Zen ed  il ricorso ai garanti da parte di Rita Borsellino, non dovrebbe in primo luogo indurre tutti i candidati e più ancora il vincitore a manifestare un rispetto incondizionato per la pratica della legalità e della trasparenza.

Soprattutto per chi si propone come Ferrandelli di essere protagonista di una rivoluzione democratica e di mettere al centro i cittadini, dichiararsi “vittima del metodo Boffo” davanti ad una inchiesta della magistratura, lascia più che perplessi.