La notizia sulla nuova situazione di allarme, sebbene non grave, alla centrale di Fukushima, mi spinge a dare un contributo di informazione. La notizia in sé parla della temperatura sul fondo del reattore n.2 della centrale che è tornata a salire, raggiungendo il punto più alto da quando lo scorso dicembre è stato dichiarato lo stato di arresto a freddo dell’impianto danneggiato dall’evento del 2011. Il gestore Tepco ha aumentato la portata dell’acqua utilizzata per rimuovere il calore residuo generato dal nocciolo, ancora molto radioattivo e quindi “caldo”, passando da 13,6 a 14,6 tonnellate all’ora. La situazione resta così sotto controllo.

Nel caso vi fossero nel nocciolo danneggiato situazioni di “ri-criticità” anche parziale, ovvero se il nocciolo riprendesse spontaneamente a “funzionare”, cioè a intrattenere reazioni di fissione a catena autosostenentisi, la situazione diverrebbe più preoccupante, a causa della produzione di ulteriore potenza (calore nell’unità di tempo da rimuovere) e di ulteriori prodotti di fissione a vita media corta e potenzialmente più pericolosi. Ma un indicatore della presenza di questi processi è un prodotto di fissione gassoso e radioattivo appartenente ai gas nobili, lo Xeno-133, che è invece stato rilevato essere ora assente. Va da sé che la presenza di questo radionuclide venne rilevata anche nel novembre scorso, ma la Tepco ne spiegò la generazione non già ad eventi di “criticità”, quanto alla fissione spontanea del Curio ed altri transuranici, un evento normale nei noccioli spenti.

Una prima osservazione “di costume” è relativa alla difficoltà di questo mestiere, anche a livello lessicale. In italiano, “criticità” e “situazione critica” hanno un significato negativo. In tecnologia nucleare, “criticità” è cosa diversa: indica quando un nocciolo di un reattore nucleare funziona “a regime”, cioè la sua potenza resta costante. Se il nocciolo è “sottocritico” tende a spegnersi, se è “sopracritico” la sua potenza aumenta. Un nocciolo “critico” non è quindi in “situazione critica”, ma funziona come dovrebbe. Ma una “criticità” anche parziale in un nocciolo spento, e oltretutto danneggiato come quello di Fukushima-2, sarebbe sì una “situazione critica”.

Parlando di Fukushima, tanto è stato detto e non ho spazio per ritornarci sopra con completezza. Ma voglio raccontare una mia esperienza lavorativa recente. Sono stato, nello scorso novembre, al grosso Convegno dell’American Nuclear Society (Ans) tenutosi a Washington: in quei giorni, sono stato immerso in un’atmosfera priva di dubbi e ottimista sul futuro dell’energia nucleare, e volevo renderne partecipi anche i lettori italiani, che potrebbero esserne stupiti; a valle di Fukushima, a valle del referendum italiano, a valle del ripensamento di alcuni paesi sull’energia nucleare, cosa succede da altre parti?

L’industria nucleare va avanti in molte parti del mondo. In questo momento ci sono sulla nostra Terra oltre ai 433 reattori nucleari operanti e 62 in costruzione. Al Convegno si è anche parlato degli oltre 150 reattori “ordinati”, dei quali cioè la costruzione è decisa dai governi delle differenti nazioni, pur se i lavori veri non sono ancora iniziati. Di questi 62 reattori in costruzione, il grosso è in Cina (26), Russia (10), India (6) e Corea del Sud (5): quasi nulla, e questo è un altro dato da meditare, in Europa e Stati Uniti. Il “rinascimento nucleare” (nuclear renaissance) pare perlomeno interessare solo certe aree del mondo.

Al Convegno dell’American Nuclear Society la questione dell’incidente di Fukushima è stata affrontata con una sessione speciale dedicata all’incidente stesso, ma il tono è stato molto tecnicista e nella sostanza privo di tentennamenti: un “incidente di percorso” che alla fine “è stato gestito abbastanza bene”, con “conseguenze limitate” a livello di inquinamento. Le virgolette sono messe appositamente, non posso evitare di precisare che ho opinione diversa. Delle ripercussioni di Fukushima nel mondo intero, anche soltanto a livello di crollo della fiducia nell’energia nucleare, oltre che per aver “eliminato” dai paesi che sviluppano questa fonte un caposaldo come il Giappone, pochi fugaci cenni.

Ho voluto provare qui a scrivere un articolo “tecnico” con lo scopo principale di informare e far riflettere, sebbene le mie opinioni – come è naturale – un poco traspaiano. “Uno è lieto di poter servire”, diceva il robot del film L’uomo del bicentenario, l’ultimo rimasto in un mondo ormai totalmente mutato: il mio atteggiamento rispetto a questa disciplina – oggi in Italia – è un po’ questo.