Martone dice che servono “nuovi messaggi culturali”. Poi dice che laurearsi dopo i 28 anni è da sfigati. Non entro nel merito della questione dei fuori corso. Vorrei solo far notare che oggi si fa passare per “messaggio culturale” un insulto generico, “sfigato”, dei più squallidi, un termine che letteralmente ha a che fare con la mancanza di fortuna, sostanza volatile di cui al contrario il viceministro Martone, evidentemente, abbonda. Il “messaggio culturale” di Martone è dunque un’ingiuria, una grettezza ereditata direttamente dagli anni del berlusconismo, dalla politica del linguaggio sboccato, dalla fraseologia livida dei leghisti, una volgarità gratuita, insomma, che trabocca come una scoria, come un liquame.

Quello che Martone non sa è che lui stesso rappresenta un messaggio culturale, un biglietto in una bottiglia che proviene da un’altra epoca e che rotola sulle spiagge devastate dei giorni nostri. Lui, il figlio di papà, il privilegiato, il beneficiario della fortuna che insulta quelli che la fortuna non ce l’hanno (e quindi magari sono costretti a lavorare e rallentare gli studi per pagarsi la retta all’università), lui che dovrebbe occuparsi di politiche sociali, ossia della prevenzione e riduzione delle condizioni di bisogno e disagio delle persone e delle famiglie, e che non riesce a rintracciare un termine più elegante di “sfigati” per trafiggere gli studenti fuori corso.

Ho fatto un pensiero stamattina mentre riflettevo su tutto questo. Nel discorso finale de Il grande dittatore Charlie Chaplin pronuncia le seguenti parole: “La nostra scienza ci ha resi cinici; la nostra intelligenza, rigidi e mutilati nei sentimenti. Pensiamo troppo e sentiamo troppo poco. Più che di macchine, abbiamo bisogno di umanità. Più che d’intelligenza, abbiamo bisogno di amabilità e di cortesia. Senza queste qualità, la vita sarà violenta e tutto perso”.