Da Sanchez al dopo-Sala, passando per Parigi: così i socialisti si insinuano in un centrosinistra spaccato
Non è solo Elly Schlein a scandire un bel ‘Grazie Pedro!’ Da mezzo mondo i democratici di sinistra si sono ritrovati insieme il 17-18 aprile a Barcellona, riuniti da Pedro Sánchez per la prima Global Progressive Mobilisation.
Mentre il nostro governo banderuola s’affanna a seguire il vento della cosiddetta opinione pubblica, nelle ultime gravi crisi internazionali è stato di fatto il governo spagnolo a dettare una linea di fermezza e di terzietà nei confronti di Trump e di Israele. In Europa Sánchez, che tra l’altro da due legislature esprime la capogruppo dei Socialisti&Democratici al Parlamento, rappresenta ormai un riferimento tale per cui, per esempio, se si deve parlare in positivo della necessità di uscire dal mondo delle contrapposizioni e d’immaginare i ‘Nuovi spazi del Noi’ democratico, come all’imminente nuovo festival di arti performative d’attualità Life (che Zona K organizza a Milano dal 30 aprile al 21 maggio), viene invitato Joan Subirats, politologo che dei socialisti spagnoli è un intellettuale di riferimento.
Anche se si guarda anche alle recenti elezioni comunali in Francia, a partire dal virtuoso caso Parigi, si può notare come il partito socialista riesca di fatto ad insinuarsi in un centrosinistra perfettamente spaccato tra neo-insurrezionalisti alla Melenchon e realisti macroniani. Nella capitale, addirittura, lo scontro che ha visto affermarsi Emmanuel Grégoire è il risultato di una corsa autonomista del PS contro l’inedita alleanza destra-centro, comprendente i conservatori e anche la Renaissance del Presidente, che sosteneva l’ex ministra Rachida Dati.
Grégoire tatticamente ha puntato sul richiamo al sindaco socialista che nel 2001 riuscì finalmente a strappare Parigi ai conservatori, Bertrand Delanoë, più che sulla continuità con la prima cittadina uscente Anna Hidalgo, di cui pure era il vice.
In Italia, e a Milano in particolare, la tradizione socialista evoca ancora oggi l’automatismo di riferimento in negativo all’ondata politico-giudiziaria che non a caso, fin dal nome dell’inchiesta, Mani Pulite, pone un ‘pregiudizio di conferma’ addirittura etico. E’ una rimozione storica comprensibile, ma forse troppo conseguente a una sorta di iper-moralismo dichiarato, che ha trovato indubitabilmente nella figura di Bettino Craxi il capro espiatorio (con tanto di soprannome emblematico, ‘il Cinghialone’, affibbiato dal pm Di Pietro e dai giornali al leader socialista).
Eppure la tradizione che da Turati arriva ai cosiddetti autonomisti di Pietro Nenni post-1956 ha avuto un ruolo di prim’ordine nella politica italiana: soprattutto ha lasciato un segno profondo nella Milano dello sviluppo industriale e anche nel dopoguerra. E’ Sandro Pertini che guida la Liberazione e il primo cittadino dal 1945, Antonio Greppi, nenniano di ferro, era chiamato ‘il sindaco dei poveri’: al punto che il protagonista del geniale Miracolo a Milano – il film originale di De Sica e Zavattini, si badi bene, del 1951 – è un orfano ancora in divisa storica da Martinitt, ovvero di uno dei principali Istituti Comunali di Servizio alla Persona.
Questo ente milanese, che comprende anche il Pio Albergo Trivulzio e le Stelline, insieme con le relative istituzioni delle case popolari, dei mezzi pubblici e di una diffusa rete culturale, sono stati le vere e proprie leve originali della politica socialista milanese, fino al 1992, garantendo mandati lunghi, quasi decennali, a sindaci come il partigiano ‘Iso’ Aldo Aniasi e ancora a Carlo Tognoli, che al Psi ha aderito dopo la svolta del 1956, infine all’ex socialdemocratico Paolo Pillitteri.
E come a specchio di questa spiccata vocazione sociale e distributiva, laica, riformista e anti-sovietica, intorno al variegato mondo del Partito socialista, ancora nella migliore stagione craxiana, si potevano ritrovare in modo aperto varie tradizioni, persino cattolici, come il giornalista ucciso da Prima Linea Walter Tobagi, piuttosto che tanti intellettuali laici e battitori liberi, come si nota anche solo sfogliando il catalogo storico della SugarCo di Massimo Pini. Nel branco del Cinghialone non c’erano soltanto animali selvatici e voraci.
Tornando al presente, per il dopo Sala a Milano s’intravede – voracità del centrodestra a parte: non sarà un caso se si parla di Lupi – una curiosa battaglia tutta interna al centrosinistra, tra la continuità sostanziale attraverso una figura indipendente moderata come potrebbe essere il giornalista Mario Calabresi, o la vicesindaca Anna Scavuzzo, e una sorta di tiepida discontinuità a sinistra del gruppo che fa a capo al consigliere regionale Pier Francesco Majorino.
‘Tertium non datur’, per ora, forse anche perché un ipotetico candidato di mezzo, alla parigina o alla Sanchez, dovrebbe rappresentare un vero ‘dopo’ con un richiamo alla tradizione socialista umanista della città.
Quel che non riuscì nemmeno a Marx, che aveva mandato in Italia Engels per far fuori dall’Internazionale tutti i non comunisti materialisti e scientifici, che fossero riformisti, mazziniani o anarchici, si è poi realizzato fattivamente, una volta travolta da Mani Pulite questa tradizione socialista, nel complesso disposto di uno pseudo-liberismo efficientista e privatista. Di questo è stato alla fine espressione perfetta l’altro grande filone riformista, di stampo prevalentemente anglosassone, che ha avuto i due leader più importanti nel Clinton dei ‘Roaring 80’s’ e in Blair dei nuovi ruggenti Novanta.
Guarda caso si ricorda sempre la stessa frase programmatica di Peter Mandelson, quand’era un punto di riferimento del New Labour: ‘noi siamo la sinistra che per la prima volta non ha niente contro i ricchi e l’arricchimento, anche esagerato’. Ecco, peraltro, che non suona strano che il nome di Mandelson sia balzato agli onori delle cronache come amico e frequentatore di Epstein, tanto quanto l’ex presidente americano che sventolava il vessillo della ‘crescita perpetua’…