Lavoro domenicale? No grazie. Le commesse aumentano e l’azienda ha bisogno di produrre di più ma gli operai rifiutano l’accordo aziendale che introduce il ciclo continuo, anche se questo avrebbe significato l’assunzione per sessanta lavoratori precari. Succede alla Lascor di Sesto Calende, azienda specializzata nella produzione delle casse degli orologi di fascia alta che fa capo al gruppo svizzero Swatch. Gruppo che conferma il proprio buon momento con prospettive di forte crescita per il 2012. Una situazione insolita in tempo di crisi, che ha prodotto un risultato inaspettato e per certi versi opposto a quanto visto esattamente un anno fa nel caso Mirafiori. Nel gennaio del 2011 i lavoratori della Fiat avevano accettato un accordo che prevedeva clausole peggiorative nella quasi totalità delle sue componenti. Meno tutele per il diritto di sciopero, niente pagamento per i primi due giorni di malattia e nessuna traccia di investimenti. Un accordo criticato pesantemente dalla Fiom Cgil, passato invece alla prova dell’urna con il voto favorevole del 54% dei lavoratori. In quel momento sullo stabilimento incombeva lo spettro della cessazione, della chiusura. Così nella fabbrica torinese alla fine la prospettiva di salvaguardare il posto di lavoro aveva prevalso sulla legittima volontà di mantenere in essere i diritti acquisiti.

Alla Lascor di Sesto Calende la prospettiva è esattamente ribaltata. Gli orologi svizzeri vendono più delle auto italiane. C’è un gran bisogno dei prodotti che vengono realizzati nello stabilimento varesino e l’azienda si è trovata a dover far fronte per il secondo anno consecutivo ad una richiesta crescente di commesse. Così partono le trattative con i sindacati e dopo qualche mese l’accordo è pronto: investimenti per 11 milioni di euro, ciclo continuo con quattro giorni di lavoro e due di riposo (solo nei reparti ad elevato uso di macchinari) in cambio di aumenti salariali tra i 300 e i 400 euro, oltre alla stabilizzazione di un cospicuo numero di lavoratori, una sessantina tra i circa 150 che ancora non hanno un contratto a tempo indeterminato.

Un accordo che sembrava poter soddisfare tutti, ma che è stato bocciato dal referendum aziendale di mercoledì che ha dato un esito sbalorditivo: hanno vinto nettamente i No. Alle urne si sono presentati 433 dei 530 dipendenti, 264 hanno votato “No” e solo 158 hanno approvato la proposta.

La dirigenza aziendale non ha il permesso di rilasciare dichiarazioni, men che meno sul fallimento dell’accordo. Ma si intuisce lo stupore per un’iniziativa che sembrava potesse soddisfare tutti, anche perché il rischio è che la casa madre si rivolga a un altro produttore e “una volta che una commessa è andata non si torna più indietro”.

Fuori dai cancelli, al cambio turno, il fronte del “No” rifiuta le critiche e si difende: “Adesso ci vogliono far passare come quelli che affossano i precari, ma non è così. Non diciamo fesserie”. Ma quando si cerca di capire le ragioni che hanno spinto a fare una scelta in controtendenza con il periodo storico e con le esigenze aziendali, non si ottengono risposte. Qualcuno a mezza voce azzarda: “Probabilmente c’è una parte sindacale a cui il compenso economico è sembrato troppo basso”.

Sullo sfondo di questo strano risultato l’ombra di una replica in chiave varesina di quanto già visto accadere altrove, con la Fim Cisl e la Fiom Cgil schierate su due fronti contrapposti: “Non trovo spiegazioni a questo esito se non nell’atteggiamento della Fiom che per mesi ha detto no a questo accordo, salvo poi dire sì a dicembre, dopo aver perso un proprio delegato” è stato il commento che Giuseppe Maraco (Fim Cisl) ha affidato al quotidiano locale La Provincia di Varese, ma la Fiom non vuole addossarsi la responsabilità della bocciatura: “L’atteggiamento della Fiom non c’entra – ha dichiarato Francesca De Musso -, certo non ci aspettavamo questo risultato. Pensavamo che i lavoratori avessero capito l’importanza di questo accordo ma bisogna rispettarne la volontà, siamo aperti ad altre possibilità”.