Il segretario generale dell'Onu Ban Ki Moon

Inizia ufficialmente oggi, con le prime consultazioni informali, il difficile cammino della richiesta di riconoscimento dello stato palestinese, presentata venerdì 23 dal presidente dell’Autorità nazionale palestinese Mahmoud Abbas al segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon. L’esame parte dal Consiglio di sicurezza dell’Onu, dove la presidenza di turno tocca all’ambasciatore libanese Nawaf Salam. Nel Consiglio i giochi non sono ancora fatti. Perché la richiesta palestinese venga accolta, occorre una maggioranza di 9 voti sui 15 membri del Consiglio, senza che nessuno dei membri permanenti (Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia) faccia ricorso al veto.

La bocciatura è sicura, visto che Washington ha più volte ripetuto di essere pronta a usare il veto, ma è chiaro che se invece la proposta palestinese venisse bocciata perché non raggiunge 9 voti, gli Usa se la caverebbero senza rischiare un imbarazzante isolamento diplomatico. Tra gli altri Paesi membri a rotazione del Consiglio, i palestinesi contano di avere il sostegno di Portogallo, Sudafrica, Brasile, India e Libano. Sommati ai voti di Cina e Russia, fanno un totale di 7 «sì» certi. I «no» altrettanto certi sono quelli di Usa, Colombia e Germania, mentre gli altri sono ancora indecisi. Il pressing diplomatico degli ultimi giorni si sta concentrando sui tre Paesi più «deboli», cioè Bosnia-Erzegovina, Gabon e Nigeria, che ancora non hanno sciolto la riserva, mentre Francia e Gran Bretagna sembrano orientati in modo opposto: Parigi propende per il sì, Londra per il no.

Allo stato delle cose, l’Europa si presenta nella peggiore situazione possibile, cioè molto divisa. I discorsi degli ambasciatori europei durante l’Assemblea generale hanno fornito qualche indicazione. Con la Francia sono schierati, oltre al Portogallo, anche la Spagna, il Belgio, il Lussemburgo e la Grecia; mentre con la Gran Bretagna si sono schierate anche l’Italia, la Bulgaria e la Repubblica ceca. Un terzo gruppo di Paesi, composto da Svezia, Malta e Finlandia non ha espresso un appoggio esplicito alla richiesta palestinese, ma ha criticato l’espansione degli insediamenti delle colonie ebraiche in Cisgiordania e ha sottolineato che l’Anp «è pronta per diventare uno stato». I più espliciti nel sostegno alla richiesta di Abbas, sono stati il ministro degli esteri lussemburghese Jean Asselborn e quello greco Stavros Lambrinidis che si sono spinti a dire che l’appello palestinese all’Onu deve «essere ascoltato» e «rispettato». Più sfumato, invece, il discorso della ministra degli esteri spagnola Trinidad Jimenez. Da un lato, infatti, ha detto che “questa sessione può essere ricordata come quella in cui l’Assemblea generale ha concesso alla Palestina lo status di stato osservatore non membro”, dall’altro ha ribadito la posizione spagnola di sostegno a Israele come “l’incarnazione del progetto di una patria per il popolo ebraico”.

Un punto, quello della ebraicità di Israele, su cui i palestinesi sono poco disposti a compromessi che potrebbero escludere dalla piena cittadinanza gli israeliani arabi, musulmani e cristiani. Altri Paesi europei, come l’Austria e Cipro, non hanno preso una posizione chiara e al momento del voto andranno probabilmente a rimorchio dell’orientamento prevalente. La capo della diplomazia di Bruxelles, Catherine Ashton, intanto, ha presentato nei giorni scorsi il piano del Quartetto per il Medio Oriente (Usa, Russia, Ue e Onu): ritorno ai negoziati diretti entro un mese e accordo entro la fine del 2012. Un piano, di fatto, già respinto dalle parti. Dai palestinesi perché non si fa menzione né dei confini del 1967 né del blocco degli insediamenti colonici, dagli israeliani perché non risolve appunto la questione del riconoscimento di Israele come stato ebraico.

Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, che cita fonti diplomatiche del Quartetto, la proposta presentata giovedì all’Onu – tutta concentrata sul metodo e senza indicazioni sul merito dei negoziati – è stato l’unico minimo comune denominatore possibile per evitare che dopo i discorsi di Abbas e Netanyahu, la comunità internazionale si mostrasse del tutto immobile. Dietro una proposta di così basso livello, secondo le fonti di Haaretz, c’è la piena consapevolezza anche nel Quartetto che le posizioni dell’Anp e del governo Netanyahu sono distanti come un anno fa, quando il negoziato diretto si è arenato irrimediabilmente sulla secca degli insediamenti in Cisgiordania. Prima che la richiesta palestinese arrivi al voto, comunque, passeranno settimane e dopo l’eventuale bocciatura al Consiglio di sicurezza potrà essere discussa di nuovo in Assemblea generale. C’è da scommettere che saranno settimane di frenetiche manovre diplomatiche. Non fosse altro che per aver smosso le acque, l’iniziativa dell’Anp, almeno a qualcosa è servita.

di Joseph Zarlingo