L’immagine più gettonata è quella dell’imperatore Nerone (foto a lato). L’inetto sovrano sorride lieto e spensierato suonando la lira mentre alle sue spalle Roma brucia. E’ questa, con qualche variante stilistica, la vignetta scelta da diversi quotidiani europei per descrivere il surreale sfascio dell’economia italiana. Un’allegoria che, manco a dirlo, non ha il volto dell’iconografia classica, né tantomeno quello cinematografico dell’immenso Peter Ustinov, bensì, ovviamente, quello di un festante Silvio Berlusconi. Nel giorno in cui il premier incassa un’importante prova di fiducia da parte della sua maggioranza, capace anche a scrutinio segreto di salvare il collega Milanese, i mercati sfiduciano il sistema Italia. Colpendo ancora una volta la borsa e spingendo nuovamente al rialzo gli interessi sui titoli di Stato.

Nella giornata odierna, molto negativa per altro per l’intero continente, Piazza Affari ha chiuso malissimo: -4,52%. Un risultato leggermente migliore rispetto a Madrid (-4,68%), Francoforte (-4,96%) e Parigi (-5,25%). A incidere sul ribasso i soliti noti, già protagonisti del downgrade di ieri ad opera di Standard & Poor’s: Unicredit, il titolo più scambiato, viaggia ormai a quota 65,9 centesimi per azione dopo aver ceduto oggi il 6,27%. Resiste Intesa, che perde solo 1,5 punti percentuali, mentre chiudono in forte ribasso Eni (-5,28%), Enel (-5,10) e Fiat (-4,55). Alle 18 lo spread Btp/Bund viaggiava a quota 396 dopo aver nettamente sfondato questa mattina i 400 punti base. Pessime notizie dall’over the counter, il mercato extra borsistico: il valore dei credit default swaps sui titoli sovrani italiani si colloca secondo la società di analisi Markit a quota 545 punti, 400 in più, circa, rispetto al prezzo del maggio scorso. Per assicurare un credito di 10 milioni con lo Stato italiano si pagano oggi 545 mila euro contro i 450 mila circa che devono spendere, per esempio, i creditori di Madrid. La probabilità teorica di un default italiano a 5 anni, stimano gli analisti di Cma, è del 38%. Il livello più alto di sempre.

Certo, la speculazione al ribasso è sempre presente e l’attuale architettura del sistema finanziario non fa granché per difendere i mercati. Insomma, il peso delle “operazioni corte” e la mancanza di autodifesa delle major bancarie e industriali più colpite (refrattarie evidentemente al buyback) sono noti e meriterebbero una trattazione sconfinata. Ma adesso, a differenza di quanto accadeva in estate, non si può dare principalmente la colpa ai mercati. Comunque la si pensi è certo che il blocco delle vendite allo scoperto ha saputo restituire una certa stabilità alle piazze finanziarie. Lo si vede dal calo dei volumi contrattuali sui titoli più esposti (Unicredit, Fiat e Intesa soprattutto) e lo si intuisce dalle più moderate oscillazioni sullo spread. Insomma, sul differenziale Btp/Bund non si spostano più 150 punti base in tre sedute, come accadeva a luglio, ma ciò non toglie che il divario sui rendimenti dei titoli abbia toccato di nuovi i massimi storici. E fatti due conti non è difficile capire il perché.

Il mercato italiano, concordano ormai gli analisti, non sconta soltanto l’onda lunga della crisi greca, che si abbatte sull’intera area euro spingendo al ribasso gli indici di borsa, ma paga, in modo particolare, i giudizi “politici” delle agenzie di rating. Solo che “politici”, occorre specificare, non significa “politicizzati”. Come a dire che agli analisti di Standard & Poor’s non importa minimamente di dare giudizi ideologici. Per gli osservatori conta solo la capacità dell’esecutivo di rispondere alla crisi e ai problemi del sistema Paese. Il fatto che questa incapacità discenda poi dall’inadeguatezza della classe politica attuale è semmai un problema nostro. Non certo dei mercati, quindi, che alla luce degli ultimi avvenimenti, seguono l’unico trend logico: quello del ribasso. Perché alcuni titoli azionari saranno pure obiettivamente sottovalutati. Ma di fronte a certi giudizi è impensabile che il loro valore possa risollevarsi nel breve periodo.

La sequenza causale è ormai evidente. Tutti, dall’Ue al Fmi fino al governo stesso, hanno dovuto rivedere al ribasso le prospettive di crescita dell’economia italiana (anche quest’anno non si arriverà alla soglia dell’1%). Le riforme vere latitano anche se in questo caos generalizzato qualcuno ha incassato le sue vittorie (si pensi al rinnovato potere di contrattazione guadagnato dalle imprese sui sindacati dopo il clamoroso precedente del referendum Fiat), e gli osservatori si adeguano. Standard & Poor’s ha dapprima declassato l’Italia, poi, di conseguenza, le sue “blue chips”, a cominciare da quegli istituti bancari che sono maggiormente esposti ai bond nazionali. Infine, le borse si sono adeguate. Nel senso che gli investitori, anche e soprattutto quelli “lunghi” (i fondi pensione ad esempio) hanno preso a disfarsi dei titoli italiani tanto sul fronte azionario quanto su quello obbligazionario. Insomma, il meccanismo è chiaro così come chiara è la necessità di un’inversione di tendenza figlia a sua volta di una rinnovata fiducia nella terza economia dell’area euro. Peccato però che la fiducia occorra meritarsela.