Notizie dalla petroliera italiana sequestrata 8 mesi fa da pirati somali al largo del Corno d’Africa. “Per favore papà salvami: sto morendo, le gambe non le sento più, non riesco a camminare, ho la pelle tutta rovinata, ormai ci torturano ogni giorno, sono sfinito. Non sento più le gambe, mangiamo poco e nemmeno tutti i giorni, ci danno pochissima acqua. Fate presto o moriremo”.

L’accelerazione dell’agonia degli 11 marinai italiani a bordo della Savina Caylyn è ormai lampante. Non solo per le parole quanto per il tono di voce sempre più flebile e privo di vita dei sequestrati. Che l’altra sera hanno potuto telefonare a casa. Il padre dell’ufficiale Eugenio Bon, Adriano, che ha raccolto questa tragica comunicazione, non lo sentiva da aprile: “Il cuore mi è esploso in testa sentendo la sua voce balbettante, fievole, irriconoscibile, interrotta da singhiozzi. Mio figlio è disperato, mi ha domandato perché ancora nessuno abbia pagato il riscatto chiesto dai pirati, perché Pio Schiano e Luigi D’Amato (gli armatori ndr) li lasciano morire, mi ha implorato di telefonargli e dirgli che paghino subito, perchè non sa quanti giorni ancora riuscirà a sopravvivere”. Anche le mogli del comandante Giuseppe Lubrano e di Guardascone hanno ricevuto le telefonate dai loro mariti. Stesso rosario di disperazione. Per loro però non era la prima volta. Con la prostrazione e la paura dei loro cari avevano già dovuto fare i conti durante un paio di chiamate strazianti ricevute in questi 240 giorni di rapimento. Tanto da non dormirci più la notte e irrompere la settimana scorsa a Palazzo Madama per avere un colloquio istantaneo con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta. “La signora Lubrano ha dovuto comportarsi così perché si è sentita abbandonata dallo Stato italiano”, dice Salvatore Iovine, commercialista di Procida, che fa parte del movimento “Liberi subito”. Nell’isola partenopea risiedono 4 degli 11 marinai.

Anche la voce della signora Lubrano è sconsolata: “Non mi bastava più vedere il sottosegretario agli esteri Mantica che ogni volta ci dice che partirà per una missione in Somalia. Ma poi non accade nulla. Qui sono le più alte cariche dello Stato a doversi impegnare. Letta mi ha assicurato di impegnarsi. Lo spero perché all’Unità di crisi della Farnesina continuano a dirci che loro ovviamente non trattano con i pirati e hanno aperto altri canali. Ma tutti sanno che in Somalia c’è l’anarchia, c’è una guerra civile e i governi cambiano in continuazione. Il nostro governo non fa pressione.

Mi chiedo perché il ministro Frattini non sia mai andato a parlare con il nuovo primo ministro, perché non va Berlusconi. Ne va anche dell’immagine di questo Paese riuscire a portarli a casa salvi”. La moglie del comandante Lubrano non riesce a dire altro. Il groppo alla gola soffoca la voce. Ma ha ancora la forza di aggiungere che suo marito e i marinai, tra cui 17 indiani, non possono più lavarsi da mesi, che l’acqua è ormai pochissima perché il gasolio sta finendo e il desalinatore non funziona quasi più. E che: “Quando arrivano elicotteri militari italiani o stranieri a sorvolare la nave, i pirati prendono i prigionieri e li portano sul ponte per usarli come scudi umani”.

Il marito le ha spiegato che i pirati li picchiano mentre gli elicotteristi osservano dall’alto, impotenti, la scena. Poi il ronzio si allontana, lasciandoli soli in balia di un gruppo di pazzi. “Lubrano ha detto che sono circa 50 sulla petroliera – spiega Iovine -, considerato che l’equipaggio è di 22 persone, ci sono circa 30 pirati. E un bagno solo, senza quasi acqua”.

“Non ce la fanno più psicologicamente – piange la signora Lubrano – invece sarebbe importante che qualcuno rimanesse lucido”. I pirati spesso litigano tra loro: “Vincenzo ha detto che hanno sempre una collana di cartucce al collo, e all’inizio li aveva addirittura divisi, perché sono violenti anche tra loro”.

I radicali hanno presentato la scorsa settimana un’interrogazione parlamentare in cui si chiede al governo di riferire al Parlamento sul drammatico stallo della situazione. “Nessuno ha ancora risposto – spiega l’onorevole Elisabetta Zamparutti – ma la situazione è sempre più grave. Il premier, Frattini, La Russa, ci devono informare sul loro piano. Devono farci sapere come intendono risolvere la situazione”. Dalla Farnesina, Maurizio Massari conferma che con i pirati non si tratta ma che sono stati aperti attraverso l’intelligence altri canali. Mentre Frattini mercoledì incontrerà a New York, durante l’Assemblea generale dell’Onu, il primo ministro somalo.

Perché aspettare tanto? Perché non andare in Somalia per incontrarlo? È troppo pericoloso? Mai quanto la situazione dei marinai prigionieri. E non solo quelli della petroliera ma anche della Rosalia D’amato, sequestrata da altri pirati ad aprile.

di Roberta Zunini

Il fatto Quotidiano, 17 settembre 2001