I pescatori e i pescherecci di Terraferma, film diretto da Emanuele Crialese in concorso al Festival di Venezia, hanno ben altri problemi rispetto alla famiglia di ‘Ntoni firmata Luchino Visconti e Giovanni Verga. Perché oggi il subbuglio non nasce più dal conflitto di classe con il padrone, ma dallo straniero nero nero che arriva dal mare. Un Mediterraneo pronto a celare scarpacce, bottiglie di plastica e stracci. Attraversato da quello che non era previsto fino a una quindicina di anni fa: barconi, gommoni, imbarcazioni di fortuna con eserciti di disperati migranti.

Crialese parte da una Lampedusa senza ville berlusconiane, centri d’identificazione ed espulsione e troupe televisive. Un po’ fuori dal tempo, un po’ naif, un po’ necessità del linguaggio metaforico, la pellicola del regista di origine siciliana è sospesa nello spazio di un oggi prolungato che si ripete quotidianamente.

Al centro una famigliola con tre diverse fasce generazionali. Il nonno, pescatore saggio che di fronte ai migranti agonizzanti in mezzo al mare va contro l’ordine costituito (“favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”) e li salva. Il ventenne nipote Filippo (Filippo Pucillo, l’Harpo Marx di Crialese), che preferisce seguire la vita del nonno a scapito di una griffata modernità giovanile. E zio Nino (Beppe Fiorello), che ha capito tutto e la barca la usa per rimorchiare orde di turisti e portarle in mezzo al mare a bere, ballare e tuffarsi in acqua.

Quadretto non proprio idilliaco che si rompe in parecchi frammenti quando tra gli immigrati “raccolti” in mare c’è pure una donna etiope incinta, con bambino da nascondere in casa. Sarà mamma Giulietta (Donatella Finocchiaro), mentre si consuma la frizione familiare con la pressione di carabinieri e guardia di finanza, ad occuparsi tutta occhioni e anima degli impauriti naufraghi.

“La risposta dello Stato italiano al dramma dell’immigrazione è totalmente inadeguata”, ha dichiarato in conferenza stampa Crialese. “Lasciare morire gente in mezzo al mare è contro le regole più elementari di umana civiltà”. Dato etico evidente, che in Terraferma sfiora una specie di automatico menefreghismo sociale, di distrazione culturale involontaria, che a pensarci bene fa moralmente spavento: il mare rigetta a terra africani moribondi cascati in acqua per la precarietà dei mezzi di trasporto, mentre i turisti non vedono l’ora di gettarsi dai saldi barconi nello stesso mare per farsi un bagno rigeneratore.

“A volte non so più chi sono gli italiani. Credo che oggi, di base, siano persone che prima di tutto hanno paura dello straniero e si sentono protette dalle loro identità”, continua Crialese. “Io, invece, in questo paese per vecchi, vorrei ci fosse un po’ di contaminazione”.

Terraferma, in sala da mercoledì 7 settembre, arriva al Lido dopo una lavorazione travagliata, con crisi realizzative da set, e come scarto eccellente dall’ultimo festival di Cannes. Crialese, che nel 2006 con il bizzarro Nuovomondo aveva stupito proprio a Venezia una giuria capitanata da Michele Placido che inventò appositamente un premio da conferirgli, mostra un po’ la corda proprio nell’impianto figurativo che aveva colpito precedentemente.

Le angolazioni e le proporzioni create dalla macchina da presa affascinano finché ci si prende la libertà di viaggiare sui binari di un simbolico spinto (la barca sollevata dal mare, il ràlenti frontale sul barcone di bagnanti) che rievoca la sensazione sognante provocata dagli enormi baccelloni di Nuovomondo. Ma si smorza in tutto il suo potenziale drammaturgico nel momento in cui il simbolico si fa realistico e i corpi degli immigrati vanno curati, accuditi, toccati. Pesa il dialogare politicamente corretto, l’appiattimento della contraddizione, la semplificazione poco fiabesca del buono contro il cattivo. A tal proposito, sembra fatta apposta l’ultima parola lasciata dal regista: “Ho girato un film semplice, per mostrarlo a più persone possibili. Un film che ha come pubblico ideale un bimbo di sette anni”.