“Ci stanno conducendo dritti al fallimento seguendo i diktat imposti da Francia e Germania” dice davanti a un’assemblea improvvisata alla sede del Parlamento catalano uno dei manifestanti che nell’ultima domenica di agosto ha partecipato alle mobilitazioni contro la riforma della Costituzione. I cortei, convocati in tutta fretta, hanno portato migliaia di persone nelle strade di decine di città. Per moltissimi spagnoli l’estate è già finita. In molti sentono l’urgenza di non perdere il terreno conquistato con giorni di presenza nelle piazze. Le decisioni dei vertici politici fanno paura. La rabbia è riesplosa con la repentina decisione del premier José Luis Rodriguez Zapatero di modificare la Carta Costituzionale per introdurre alcuni criteri di controllo sul deficit, in modo da porre un limite all’indebitamento pubblico.

“Ci facciamo superare addirittura dagli Stati Uniti – dice Pablo, economista e ormai parte integrante del 15-M – Obama dopo una lunga battaglia contro i repubblicani è riuscito ad imporre l’aumento del tetto sul debito. Noi andiamo in direzione totalmente opposta. Zapatero decide di applicare una dottrina avvelenata che ci impongono a livello europeo. Negli Usa sanno che la cosa più importante è far ripartire l’economia e senza investimenti non può esserci ripresa. Qui ci facciamo abbindolare e rischiamo di finire in bancarotta”. Gli applausi partono all’unisono dalle circa duemila persone scese in piazza a Barcellona. Nell’aria si percepisce la preoccupazione: “Siamo ad un nuovo sopruso. Questa è la conferma che la nostra economia è completamente sotto il controllo di banche e agenzie finanziarie” aggiunge un altro manifestante.

Era solo martedì scorso quando il premier Zapatero annunciava a sorpresa al Congresso un accordo con il PP per la riforma della Costituzione. Nel corso della settimana poi i partiti di maggioranza hanno negoziato un testo che verrà messo all’esame della camera già domani.

Una riforma tanto rapida non è proprio nella tradizione della Spagna. Da sempre i vertici alla guida del paese hanno agito con cautela ad ogni minima modifica della legge fondamentale del paese. Ora Francia e soprattutto Germania premono perché Madrid introduca una riforma in tempi stretti. Si tratta di equilibrare i propri budget per controllare – ha detto Zapatero – “il deficit strutturale e il debito e permettere di rafforzare la fiducia a medio e lungo termine nell’economia spagnola”. In Spagna verrebbe così modificato l’articolo 135 della Costituzione per fissare il tetto del debito a 0,4% del Pil a partire dal 2020.

Democracia Real Ya, una delle anime più importanti del movimento 15- M sostiene che “con questi parametri si mettono sotto accusa solo alcune spese, in particolare quelle destinate allo stato sociale, considerate responsabili dell’aumento del debito pubblico. Ma come nel caso di Germania, Lussemburgo e Gran Bretagna i veri responsabili dell’incremento del debito sono gli interventi finanziari destinati a salvare le banche”.

A fianco del movimento degli indignati nella mobilitazione contro la riforma sono schierati anche molti docenti universitari, come Roberto Blanco, professore di Diritto Costituzionale all’università di Santiago de Compostela che spiega: “In Spagna tradizionalmente non esistono le riforme costituzionali. Qui se si vuole cambiare la Costituzione si cambia direttamente tutto il testo”.

Il professore Vincenç Navarro, docente di Scienze Politiche, si è fatto invece promotore di una raccolta di firme on line per chiedere un referendum sulla modifica della legge fondamentale. “La decisione di intervenire senza consultare la popolazione – dice il prof. Navarro – è indice di una evidente carenza di democrazia in Spagna”. L’iniziativa ha talmente colto nel segno, che sul sito della petizione actuable.es si registra una media di 5 firme al secondo e migliaia di persone hanno firmato per chiedere una consultazione popolare.

Dopo manifestazioni in decine di città, martedì tornano in piazza i cittadini del 15-M di Madrid. Si mobilitano anche sindacati, che scenderanno in piazza il sei di settembre, e i partiti minori.

Intanto, tra le migliaia di persone scese in piazza ieri, c’è chi propone di rinnovare la protesta: “Aggiungiamo un nuovo medium alla nostra lotta – dice una signora anziana – Non tutti sono in grado di utilizzare twitter e più in generale la rete. Propongo di esporre la nostra indignazione sui balconi e alle finestre. Riempiamo le città di striscioni”.