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di Michele Boldrin | 10 agosto 2011

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Il vero deficit è di classe dirigente

Tutte le Borse del mondo stanno soffrendo perdite gravi. I rendimenti sul debito pubblico di svariati Paesi europei sono ai massimi storici dell’era euro, mentre i loro bilanci continuano a essere in rosso. In almeno altrettanti Paesi avanzati, Stati Uniti inclusi, il debito pubblico in percentuale del Pil si avvia a superare o ha già superato quota 100 per cento. Conclusione: siamo tutti nei guai, la crisi è mondiale, i fattori che la determinano sono tutti o quasi esterni all’Italia.

Mal comune mezzo gaudio, insomma: quindi buone vacanze a tutti e arrivederci a metà settembre. Questo il succo del discorso pronunciato mercoledì scorso da Berlusconi alla Camera, ma anche dell’atteggiamento complessivo del Parlamento e delle élite politiche italiane, le quali sono tutte in allegra partenza per le vacanze dopo la chiacchierata con le parti sociali. Viene da chiedersi se non abbiano ragione a comportarsi in questa maniera e se, di fronte alla generalizzazione dei fenomeni di crisi finanziaria, non sia il caso di smetterla con le continue accuse d’incompetenza e truffaldinità che da varie parti (la mia inclusa) continuiamo a tirare loro addosso. La risposta è no: non solo le accuse sono meritate, ma son troppo leggere.

Sia chiaro: da almeno tre anni a questa parte né i vertici della Commissione europea, né il governo spagnolo (per non parlare di quelli portoghese e greco), né il Parlamento e i due governi statunitensi che si sono succeduti, hanno dato prova di essere all’altezza del drammatico compito storico che si trovavano e ancora si trovano (grazie anche alla loro insipienza) di fronte. Questo fatto va riconosciuto e andrà ricordato alle anime belle che, di fronte ad ogni fallimento dei meccanismi di mercato, sentenziano che solo lo Stato e la politica possono salvarci. Se è vero che i mercati a volte falliscono e lo fanno gravemente, i governi e la politica falliscono molto più spesso e in modo molto più dannoso.

Anche in un quadro generale tanto desolante, le élite socio-politiche italiane rappresentano un caso a parte. Visto dall’esterno questo fatto è così ovvio che cominciano a circolare anche per iscritto previsioni di un default italiano. Previsioni che si reggono sul seguente e purtroppo realistico argomento: l’Italia, di per sé, potrebbe farcela, ma con la classe dirigente che si ritrova non ha scampo. Per capire in che senso le élite politico-sociali italiane siano un caso particolare basterà confrontare quanto è successo da noi durante gli ultimi due mesi con quanto invece è accaduto negli Stati Uniti. I problemi, apparentemente, sono simili: deficit e debito pubblico alti e tendenzialmente fuori controllo in congiunzione a una crescita economica debole.

La similarità è apparente perché l’entità dei problemi italiani non è nemmeno comparabile a quella degli americani: un tasso di crescita del 2 per cento, considerato basso negli Stati Uniti, sarebbe un miracolo in Italia, la loro spesa pubblica è circa 10 punti di Pil minore della nostra e lo stesso vale per il carico fiscale. Guardando al futuro, se loro non stanno bene noi, rebus sic stantibus, siamo morti e sepolti. Negli Stati Uniti abbiamo assistito per mesi e mesi a un dibattito pubblico feroce, ma esplicito sulle misure da prendere, con proposte e controproposte provenienti da tutte le parti politiche: dal governo, dai gruppi parlamentari di maggioranza e di opposizione e financo da gruppi “misti” che cercavano soluzioni condivise.

In Italia, nella più totale segretezza, il ministro dell’Economia ha disegnato in poche settimane una manovra “straordinaria” che ha presentato al Parlamento il quale l’ha praticamente approvata a scatola chiusa senza nemmeno sapere cosa contenesse. Tralasciamo il fatto che, nelle sue palesi insufficienze, la manovra Usa è sia tecnicamente che in termini di coraggio politico migliore della italiana, la quale non ammonta a nient’altro che a un massacro fiscale di chi lavora e risparmia. Soffermiamoci anche solo sull’enorme differenza nelle procedure, nella trasparenza e nello sforzo bipartisan di trovare   una soluzione. In Italia ho visto solo l’Italia dei Valori presentare una proposta alternativa la quale, al di là delle sue debolezze, è stata così uniformemente ignorata dagli organi di informazione che io, vivendo all’estero, ne sono venuto a conoscenza solo perché Antonio Borghesi me lo ha evidenziato personalmente.

Non basta: il presidente Obama ha prima cercato una mediazione con la controparte – accettandone non solo singole proposte, ma persino l’impianto generale del provvedimento – e poi ha articolato che c’è ancora moltissimo da fare, che lui è in disaccordo con questo e quest’altro aspetto della legislazione testè approvata e che intende agire perché si faccia di più in futuro migliorando, dal suo punto di vista,   il provvedimento. L’opposto, insomma, del comportamento del nostro ministro dell’Economia (troppo occupato, forse, a dimettersi da inquilino) e del nostro presidente del Consiglio. I quali non ci hanno ancora detto cosa essi ritengano si debba fare in concreto (riforme costituzional-pubblicitarie e anticipo del pareggio di bilancio a parte) per affrontare i problemi italiani.

Il governo del fare preferisce i fatti alle vuote parole: nel bel mezzo della tempesta finanziaria, è riuscito ad approvare l’ennesimo vilipendio al codice di procedura penale. Sull’onda di tale successo, e con il supporto dell’opposizione, ha anche vietato la concorrenza economica nel settore delle librerie, impedito l’abolizione degli ordini professionali creandone una ventina di nuovi circa, oltre a rafforzare quello dei giornalai, una professione   in via di estinzione e, di fatto, resa inutile dal progresso tecnologico. Come le nostre élite politiche, appunto. A chi dobbiamo sottoporre l’istanza di scioglimento di questo Parlamento d’inutili irresponsabili?

Il Fatto Quotidiano, 10 agosto 2011

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