Il re più che nudo, è stanco. Beppe Grillo si porta sulle spalle il peso del lungo tour Grillo is back, più di cento date dal settembre dell’anno scorso, oltre al ruolo pubblico che lo vuole ventiquattrore su ventiquattro bocca della verità per qualsiasi argomento che riguardi la politica, l’ambiente, la salute, l’etica, il buon senso.

Inevitabile che a sessantatre anni, con un encefalogramma dell’incazzatura con frequenti e alti picchi, si arrivi ogni tanto a sera con un po’ di pile scariche. Qualche acino d’uva nera da mandar giù, una copia de Il Giornale per prendere spunto e farsi due risate, decine di persone che chiedono di incontrarlo, fare qualcosa per la discarica dietro casa, per l’inceneritore di fronte alla finestra, per l’ingiustizia subita in Comune.

Prendere o lasciare. La vita dello showman prestato alla politica, finito suo malgrado (o di buon grado) nel tritacarne della politica, infine continuamente sballottato dentro e fuori l’infinito dibattere della sempiterna politica, è questa. Fino a un po’ di tempo fa regnava l’oblio della comunicazione ufficiale scosso dagli spettacoli nelle arene e dal suo blog, poi d’improvviso l’idea del Movimento 5 Stelle.

Masaniello o Robin Hood, Bakunin o Marx, Guglielmo Giannini o più semplicemente Poujade, Grillo ci caccerebbe dal retropalco del Pala De Andrè, Mauro non Fabrizio, prima di ricominciare il monologo che dopo pochi minuti gli fa già inzuppare di sudore innumerevoli camicie nere. La sua idea di controinformazione è qualcosa di totalmente inatteso e radicale, di utopico e irrealizzabile, ma teoricamente ineccepibile.

“Camera, Senato, Presidenza della Repubblica sono per me parole senza senso. Il Parlamento è un campo santo. Sono tutti morti. Avete presente il film The Others? E se il Movimento 5 Stelle ci entra dentro, muore”. L’antistato o il controstato, una nuova costituzione o una nuova società? Difficile che Grillo risponda alle domande che gli si pongono, più facile che prenda spunto da lì e parta per gli spazi e nei tempi del proprio ragionare: “Se ne devono andare via tutti dal Parlamento, tutti. Il Movimento non vuole guadagnare il 10% alle politiche, perché è nato per dare battaglia sui programmi e non per allearsi con altri partiti dentro alle assemblee legislative. Se il Movimento vuole diventare un partito, non so che dire, per me siamo nati per stare sul marciapiede, per cambiare la struttura della società. Pensateci bene, ma in Belgio sono 450 giorni che il Parlamento non si riunisce e non sono mai andati meglio di così”.

Il timore che una creatura indipendente e innovativa come il M5S venga stravolta, si tramuti in qualcosa di non voluto, c’è e si percepisce: “Dopo parecchi successi elettorali, siamo in una fase critica. Diventare un partito coi capibastone e le correnti è un attimo. La mia paura è che lo si possa diventare in un secondo senza accorgersene”.

Ma se c’è qualcosa che fa partire al comico genovese il tradizionale occhio dalla pupilla a spillo, puntata dall’alto al basso, è la raccolta di firme che Di Pietro ha appena lanciato per abolire il sistema elettorale definito “porcellum”: “ma cosa vogliono cambiare questi qui? Tutta gente eletta con questa legge elettorale. Giace già a Roma la nostra legge di iniziativa popolare che limita a due legislature l’eleggibilità di un candidato e che impone di cacciare i condannati dal Parlamento. 350mila firme che il 10 settembre ci andremo a riprendere con un’enorme pellegrinaggio su Roma. Come i deputati che vanno in Terra Santa sui pullmini, tutti pigiati assieme alla Binetti per conoscersi, anche noi compiremo un rituale gandhiano e chiederemo a gran voce di sapere che fine hanno fatto le nostre firme”.

Giunge comunque l’ora dell’esibizione. Il Pala De André è colmo (“facciamo duemila, duemilacinquecento persone, c’è la crisi, prima ne facevamo quattromila”) e inizia la raffica di battute per un monologo che rispetto a qualche anno fa risulta come più riflessivo che intransigente, più bonario che pungente. E tra il pene bucherellato di Berlusconi che quando fa pipì sembra un  innaffiatoio e il capo della polizia che per contrappasso si chiama Manganelli, Grillo scuote i ravennati (“ognuno di voi deve fare qualcosa, deve mettere in gioco qualcosa di sé, come stanno facendo a Parma dove si stanno incazzando le persone normali, la borghesia, i medici, gli avvocati che da un mese assediano il palazzo del Comune”) e ricorda che la Tav “è la più grande presa per il culo degli ultimi 50 anni”, ma lì la gente ha resistito e quell’enorme opera non si realizzerà mai.

Eppure la presenza di Grillo il giorno degli scontri tra Black Bloc e poliziotti è stata strumentalizzata a dovere: “dicono che incitavo i Black Bloc? Ma se ero lì per calmarli. E poi se ti tirano un lacrimogeno, ti viene d’istinto lanciare una pietra. L’Intifada è nata così, era l’unica reazione possibile. Ma da noi non c’è neanche modo di lanciare le pietre. Basta che ti chini a cercarne qualcuna ed è tutto asfalto”.