Quarantasette pagine fitte di dettagli, cifre, fatture e carteggi che secondo la procura di Firenze testimoniano oltre vent’anni di farmaci commercializzati a prezzi gonfiati, di raggiri in cui gli unici a guadagnarci erano due colossi farmaceutici internazionali dai nomi stranoti: l’italiana Menarini e la statunitense Bristol Myers Squibb. Elementi probatori raccolti e studiati con attenzione dai magistrati fiorentini per motivare la richiesta di commissariamento della Bristol Myers Squibb srl, il ramo italiano dell’azienda statunitense finita nei guai per truffa aggravata con il suo presidente, Guido Porporati, e del gruppo Menarini guidato da Sergio Alberto Aleotti. Aleotti, 88 anni suonati (già indagato con altre quattordici persone e cinque aziende “in affari” con la sua famiglia) sarebbe collocato ai vertici di un sistema illecito legato a persone, ancora sotto indagine, della Bms srl.

Mentre è attesa per il 19 settembre la pronuncia da parte del giudice per le indagini preliminari sul commissariamento della Bristol Myers Squibb srl, nei giorni scorsi la procura di Firenze ha revocato la richiesta di commissariamento per la Menarini, come reso noto dal procuratore capo Giuseppe Quattrocchi, dopo che la multinazionale ha pagato all’Agenzia delle Entrate, a parziale reintegro del danno causato allo Stato, quasi 372 milioni (per l’esattezza 371.983.315,20 euro). Si chiude dunque una parte del contenzioso con lo Stato, per l’azienda, mentre il patron Aleotti aveva già scritto la parola fine ai guai con il fisco il 29 giugno chiudendo la sua vertenza personale sulla base di 324 milioni.

Mercoledì mattina il sostituto procuratore Luca Turco, titolare dell’indagine con i colleghi Ettore Squillace Greco e Giuseppina Mione, ha ascoltato una persona “informata sui fatti”: per delineare i passaggi e i presunti favori che ruotano attorno al “comparto occulto” della Menarini e che coinvolgono anche la Bms srl attraverso un secondo comparto occulto, ancora più ristretto, che secondo una fonte qualificata della procura “riguarderebbe tre, quattro persone al massimo”.

Sulla richiesta di commissariamento della Bristol Myers Squibb srl, il Gip si pronuncerà per l’appunto il prossimo 19 settembre. La sua scelta condizionerà il futuro del gigante farmaceutico, società di livello mondiale, quotata al New York stock exchange, con circa 35mila dipendenti e stabilimenti produttivi in tutti i continenti. Questa società, stando alle accuse, sarebbe stata per anni complice di una truffa senza precedenti stimata in oltre un miliardo di euro e avrebbe tentato, con la Menarini (presunta autrice di un “buco” da 1 miliardo e 200 milioni al Servizio sanitario nazionale), “di incidere sul processo determinativo del prezzo dei farmaci in Italia”. Senza parlare del fatto che il tutto, dal 1984 allo scorso anno, avrebbe fatto spendere alle famiglie molto più del previsto per i medicinali messi sul mercato. Basti pensare che il valore di alcuni principi attivi risulterebbe “maggiorato” anche del 70-80 per cento.

Le richieste di nominare un commissario giudiziale per la Bms, e di vietare alla srl di contrattare con la pubblica amministrazione, arrivano dai sostituti procuratori che proprio in questi giorni stanno studiando le nuove carte sequestrate in un ufficio-archivio segreto della Menarini, scoperto a Lugano. I magistrati, attraverso le decine di migliaia di fogli trovati e le fatture, in cui venivano annotate anche le spese minori, hanno scoperto “l’esistenza di oltre cento società offshore”. Moltissime, dunque, le “società fittizie riferibili ad Aleotti” che, secondo l’accusa, “emettevano fatture per inesistenti forniture di principi attivi in realtà eseguite dalle multinazionali” con lo scopo di aumentarne i costi e “sdoganare” così quel prezzo –attraverso l’inserimento successivo nel Prontuario farmaceutico nazionale – in Italia. La loro funzione principale era di fare da collegamento tra le due multinazionali per la vendita dei principi attivi come Pravastatina, Fosinopril, Prolina – Captopril, Aztreonam, Omeprazolo, Cefixime, Miocamicina.

Essenziale, per chiarire questo ultimo passaggio, la documentazione sequestrata dalla Gdf, nei giorni scorsi, nelle sedi italiane della Bms, a Roma e ad Anagni, che chiarirebbe anche come le aziende satellite presenti in mezzo mondo sarebbero nate esclusivamente “con lo scopo – si legge – di frapporre uno schermo tra gli effettivi fornitori delle materie prime (le società titolari dei brevetti e, tra queste, il gruppo “Bristol Myers Squibb”) e il gruppo Menarini. Ciò al fine di mascherare i reali rapporti economici e soprattutto i costi reali delle materie prime trattate”. Dall’Italia a Portorico, dunque, passando per l’Irlanda, per tornare in Italia dove esplode, sebbene con molto ritardo, lo scandalo dei farmaci commercializzati a prezzi “gonfiati”.

Della lentezza si stupiscono anche i magistrati titolari di quest’ultima inchiesta. C’è un passaggio molto significativo in cui si palesano i loro dubbi. E’ quello in cui viene citata una dichiarazione di Duilio Poggiolini, direttore del servizio farmaceutico della Menarini, in un interrogatorio reso ai magistrati di Napoli il 21 ottobre del 1993, nel quale si fa luce sulla sovrafatturazione. “Sono passati quasi vent’anni, sono cambiati i sistemi di determinazione del prezzo dei farmaci, ma la questione è ancora attuale e pesa gravemente sul bilancio della sanità pubblica di questo Paese e quindi sulla collettività” spiegano i magistrati fiorentini che per la prima volta hanno affrontato l’inchiesta. “Come se nessuna autorità amministrativa e di governo avesse mai voluto verificare quanto di vero ci fosse” nelle parole di Poggiolini.

L’escamotage usato era semplice ma ingegnoso. Secondo i magistrati sono stati letteralmente “indotti in errore il Comitato interministeriale prezzi e il ministero della Sanità circa l’entità dei costi sostenuti” per l’acquisto dei principi attivi. Su queste basi sarebbe stato consentito agevolmente alla Bms srl di “conseguire l’autorizzazione all’immissione in commercio dei farmaci prodotti dalla stessa con i medesimi principi attivi ceduti al gruppo Menarini, allo stesso prezzo determinato per i farmaci commercializzati da quest’ultimo”. Altro vantaggio per la Bms srl: “l’incremento illecito dei costi di acquisto dei principi attivi con il conseguente abbattimento del reddito imponibile e omesso pagamento di imposte su redditi, altrimenti dovute”. Ma il nodo centrale è il danno al Servizio sanitario nazionale: per la cura di malattie cardiache e di battericidi, infatti, sono previsti i rimborsi da parte dello stesso Ssn che, secondo l’accusa, sono per buona parte indebiti. Nel dettaglio la Bms avrebbe, quindi, “dapprima concesso al gruppo Menarini la licenza non esclusiva per il confezionamento e la vendita sul territorio nazionale di farmaci preparati sulla base dei principi attivi” i cui costi sarebbero stati gonfiati, e poi fornito alla Menarini gli stessi principi attivi, attivando un sistema irregolare – in concorso con la stessa Menarini – per fare appunto inserire nel “Prontuario farmaceutico nazionale” farmaci commercializzati a prezzi esorbitanti. Il tutto, neanche a dirlo, alla faccia dei malati.

di Sara Frangini