Non hanno diritti, non voteranno mai in Italia, non sono neppure nipoti minorenni di qualche presidente egiziano, e allora chi se ne frega, siano pure reclusi e si butti pure la chiave nella più vicina discarica umana. Parliamo di quelle centinaia di tunisini reclusi dentro i centri di identificazione, costretti in vere e proprie gabbie, privati di tutto ed ora condannati da una pessima legge già votata dalla Camera e, dalla prossima settimana, all’attenzione del Senato.

La legge voluta da Maroni, quello che potrebbe guidare un governo di transizione, prevede che per identificare uno di questi reclusi, per altro cittadini scappati durante le recenti rivolte dalla Tunisia di Ben Ali, ci vorranno sino a 18 mesi: nel frattempo dovranno restare internati in questi centri. La legge, peraltro, quando entrerà in vigore sarà forse bocciata dall’Unione Europea, ma chi se frega, nel frattempo la Lega farà un po’ di volantini e cercherà di far dimenticare che ormai è pronta a tutto pur di tenere in piedi “Arcore ladrona”, per fare il verso ad un loro slogan delle oorigini, quando ancora chiedevano ordine e legalità.

Come se non bastasse il ministro padano ha anche disposto il divieto assoluto per i cronisti di documentare la realtà dei centri e di informare la pubblica opinione sull’esistenza di queste prigioni non autorizzate. Per fortuna non tutti ci stanno: così la federazione della stampa, l’ordine dei giornalisti, un gruppo di coraggiosi cronisti, tante associazioni del volonariato e Articolo 21 hanno deciso di aprire una campagna, di chiedere la chiusura dei centri, di contestare la retorica della circolare bavaglio.

Per chi fosse interessato l’appuntamento sarà martedi 2 agosto alle 17, in piazza Navona a Roma, davanti al Senato, in occasione del probabile voto del provvedimento. Proprio perchè queste persone non hanno più diritti e non voteranno mai in Italia, diamo noi voce alla loro protesta, non lasciamoli ancora più soli, facciamo sentire loro che c’è anche una altra Italia oltre a quella delle supercarceri, per altro volute dai medesimi che, sino a qualche tempo fa, si compiacevano di abbracciare e fare affari con i Gheddafi e con i Ben Ali.