Negli ultimi dodici mesi ho modificato le mie abitudini informative. Prima leggevo solo i giornali vicini alla mia parte politica (sinistra), monitorando gli avversari solo per motivi professionali o per leggere le iperboli presenti in molti dei titoli e delle prime pagine.

Poi ho cambiato decisamente dieta informativa. La mattina mi seguo sempre la rassegna stampa in tv, poi ascolto la lettura dei giornali del Gr Rai Parlamento mentre mi sposto verso l’ufficio. Poi leggo i principali quotidiani online e i link condivisi dai miei contatti di riferimento su Facebook e Twitter. A intervalli regolari leggo Dagospia. E la giornata lavorativa non finisce prima di aver ascoltato “La Zanzara”.

Durante la giornata leggo moltissime notizie, in gran parte per lavoro e un po’ per curiosità. Cerco di condividere e commentare le più importanti sui social media. Spesso queste azioni generano discussioni molto interessanti (Facebook) e catene di passaparola con ulteriori approfondimenti (Twitter). Quando ho un concetto più strutturato, cerco un blog, un giornale online, un luogo dove scriverlo con lo scopo di dare spazio e visibilità alle idee che nascono online, provando a sintetizzarle e a razionalizzarle.

Non pretendo di dare lezioni di giornalismo e di uso dei social media, però sento di avere una percezione generale migliore su ciò che accade del nostro Paese da quando ho smesso di ascoltare solamente la mia campana.

Ho deciso di scrivere questo post, perché ritengo che un lavoro del genere sia utile, forse necessario, per far maturare la consapevolezza collettiva e l’informazione italiana. Ma va svolto collettivamente e da più persone possibile. E dunque sento di suggerirvi di fare lo stesso, se avete tempo e voglia di costruire meglio le vostre opinioni e aiutare i vostri amici, conoscenti e lettori a fare lo stesso.

Ancora più dell’attivazione tipica dei social media, ritengo che l’opinione pubblica abbia bisogno di ‘gatekeepers’, di filtri, di raccordi tra le cose della politica nazionale e i sentimenti del comune cittadino. C’è bisogno di legare il dibattito del bar e quello del Palazzo, di spiegare le dinamiche complesse dell’economia e delle relazioni con un linguaggio semplice e al pubblico più vasto possibile. Al contempo è utile provare a fare uno sforzo per trasmettere ai decisori le volontà della gente affinché le politiche pubbliche migliorino e imparino dalla ‘saggezza della folla’.

All’Italia mancano grandi opinion leader della Rete, blogger politici ‘nativi’ (e non giornalisti appassionati di blog), soprattutto su scala locale, dove c’è un bisogno ancora maggiore di questo raccordo tra elettori ed eletti, in contesti dove il senso di comunità è molto più visibile e dove il rapporto tra amministratori e cittadini è diretto e talvolta viscerale.

E soprattutto manca l’abitudine a guardare nel campo ‘avversario’. La polarizzazione italiana figlia del berlusconismo e dell’antiberlusconismo ha portato più alla ricerca di notizie e tesi conformi alle proprie idee di partenza che alla lettura critica per verificare l’attendibilità delle proprie posizioni. Chi è di sinistra tende a leggere giornali di sinistra e ignora la stampa di destra, e viceversa. Questo non aiuta a essere oggettivi.

Dove manca il giornalismo tradizionale, dove manca la partecipazione, dove manca la politica, serve che i cittadini si organizzino in autonomia per informare ed informarsi nel migliore dei modi possibili, per essere cittadini consapevoli, per muovere il consenso, per premiare i comportamenti virtuosi e stigmatizzare le condotte non conformi dei personaggi politici e pubblici.

Questo nuovo ‘corpo intermedio’ deve però avere l’umiltà della collaborazione e non deve entrare in una logica competitiva, perché altrimenti è inutile. Deve essere consapevole del ruolo sociale che può ricoprire in questa fase politica e sociale, decisiva per il nostro Paese.

Manuel Castells, parlando di queste dinamiche, racconta delle possibilità dell’autocomunicazione di massa, ossia del potenziale dei social media di orientare l’opinione pubblica attraverso milioni di conversazioni reticolari che, tenendosi in reciproco equilibrio, formano una nuova coscienza collettiva e ‘di massa’ pur non essendo regolati a meccanismi di comunicazione top-down come quella della televisione. A questa dinamica si deve il successo del movimento referendario e, in parte, anche dell’affermazione del centrosinistra alle ultime elezioni amministrative.

Non aspettiamo la politica, non aspettiamo i media, non aspettiamo il cambiamento. Facciamolo.