Nessun compromesso, nessun cedimento alle pressioni sempre più forti da parte di Israele e degli Stati Uniti per evitare, a settembre, il riconoscimento dello Stato di Palestina. La Lega Araba ha sciolto la riserva, ieri, nella riunione del comitato per l’iniziativa di pace tenutasi a Doha, anche alla presenza del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas. L’organizzazione regionale degli Stati arabi chiederà il pieno riconoscimento della Palestina come membro a pieno titolo delle Nazioni Unite, presentando una richiesta sia all’Assemblea Generale sia al Consiglio di Sicurezza.

Il contenuto del documento, che la Lega Araba dovrebbe votare nel vertice di sabato prossimo al Cairo, è stato reso noto in una conferenza stampa nella capitale del Qatar da Nabil el Arabi, nuovo segretario generale dell’organizzazione. Non si tratta di un semplice dettaglio di cronaca. Nabil el Arabi si sta qualificando sempre più di più – e la decisione ne è l’ennesima riprova – come l’uomo che sta facendo la differenza nel nuovo mondo arabo delle rivoluzioni. Il diplomatico egiziano, per alcuni mesi ministro degli esteri del dopo-Mubarak, conferma, infatti, il suo attivismo nel conflitto israelo-palestinese. Appena due mesi fa, era stato proprio el Arabi il grande mediatore dell’accordo di riconciliazione tra le due principali fazioni palestinesi, Fatah e Hamas, firmato il 4 maggio al Cairo.

Quando è stato designato per la guida della Lega Araba come successore di Amr Moussa, deciso a concorrere alle presidenziali egiziane, si era subito parlato della rimozione del diplomatico che, a suo tempo, si era schierato contro l’accordo di Camp David. Gli esperti pensavano che el Arabi fosse stato sacrificato dal Consiglio supremo militare, che regge l’Egitto del dopo-Mubarak, sull’altare dei rapporti con gli Stati Uniti, per non spaventare ulteriormente Israele. Un’interpretazione che però non convinceva altri osservatori, convinti invece che proprio lui avrebbe fatto la differenza per la Lega Araba.

Da decenni relegata al ruolo di un carrozzone burocratico che poco incide sui destini della regione, per forza di cose la Lega uscirà cambiata dalla tempesta in corso nella regione: i pesi e i contrappesi interni, il ruolo dei paesi del Golfo, la stessa performance dell’Egitto, nel pieno di una transizione difficile e a rischio controrivoluzione. E la stessa designazione di un segretario generale così attivo e risoluto è una chiara indicazione di quello che potrebbe succedere. Soprattutto nei rapporti (o nei non-rapporti) con Israele.

La questione del riconoscimento dello Stato di Palestina rischia, dunque, di diventare il primo banco di prova della nuova ricomposizione araba. La Araba ha deciso di sostenerne il pieno riconoscimento senza cercare una soluzione di compromesso. Per esempio, evitando di passare attraverso il Consiglio di Sicurezza, e chiedere il riconoscimento come stato non membro alla sola assemblea generale. Una decisione che fa seguito al silenzio del Quartetto, riunito martedì scorso sulle condizioni richieste dai palestinesi per ricominciare il negoziato con lo Stato ebraico: stop alla costruzione delle colonie in Cisgiordania e a Gerusalemme est, riconoscimento da parte di Israele della Linea Verde. In sostanza l’armistizio del 1949.

È prevedibile che lo scontro tra Israele e Stati Uniti, da una parte, e il mondo arabo, dall’altra, si acuirà. Proprio sulla Palestina. Stato per gli arabi, entità amministrativa per gli israeliani, autorità dai confini molto ambigui e labili per la comunità internazionale. Anche in un momento di profonda debolezza politica per i palestinesi, divisi tra Hamas e Fatah, una frattura che l’accordo del 4 maggio al Cairo non è ancora riuscito a sanare.

di Paola Caridi – Lettera 22