Una modesta proposta: il Vaticano si trasferisca in America. No, non in esilio. Solo per un anno, diciamo per uno stage, un corso per respirare l’aria di una società reale dove chi bara al gioco non può sedere al tavolo come se nulla fosse.

Immaginiamo la scena. Il portavoce (americano) della Curia annuncia a New York che nel consiglio d’amministrazione di un ospedale cattolico statunitense sull’orlo del crac la Santa Sede manda un uomo condannato da ben due giudici a sei mesi di carcere, perché coinvolto in un giro di mazzette per appalti a mense scolastiche e ospedaliere. Si scatenerebbero la stampa e la tv (americane) e farebbe a pezzi la decisione. Non è inutile tornare sulla decisione del cardinale Bertone di rimaneggiare il consiglio di amministrazione della Fondazione Tabor (che controlla il San Raffaele afflitto da un miliardo di debiti, su cui ancora non è stata fatta luce) inserendo accanto a un ex presidente della Corte costituzionale (Giovanni Maria Flick) e al presidente dello Ior (Ettore Gotti Tedeschi) una persona condannata in prima e seconda istanza: il presidente del Bambin Gesù, Giuseppe Profiti.

Vale la pena perché la coltre del silenzio calata immediatamente sulla vicenda rischia di accreditare la tendenza dei potentati politici ed ecclesiastici – largamente alimentata in questa stagione , ma preesistente al berlusconismo – a praticare gratuite assoluzioni e a considerare non esistenti le condanne penali. Non ne esce bene, però, la Santa Sede in questo gioco. Perché “concorso in turbativa d’asta” – questo il reato per cui è stato condannato Profiti per il suo coinvolgimento attivo nello scandalo delle mense in Liguria – significa che nel gioco del mercato qualcuno è stato sleale, ha imbrogliato, ha truccato con mezzi illeciti le regole della libera concorrenza. Profiti non è stato condannato per un reato d’opinione, perché ha trasformato in veranda il terrazzino o per sbaglio ha investito il cane del vicino.

In America, ma anche in Germania, patria del Papa e nelle altre democrazie mature, chi bara non può vedersi affidate le chiavi per trattare con i creditori di un fallimento, per cercare finanziamenti, per rappresentare il vertice di una società. Non si tratta di aggrapparsi all’attesa della sentenza di Cassazione – anche Berlusconi lo fa in questi giorni e cerca di far dimenticare di avere corrotto un giudice – invocando la presunzione d’innocenza. C’è un principio di prudenza, un doveroso rispetto dell’opinione pubblica che impone scelte limpide. Specialmente limpide, se fatte dal Vaticano.

Al nuovo direttore del Fondo monetario si chiede di “osservare i più alti standard etici di condotta”, da lui si esige l’impegno ad “evitare anche la minima parvenza di condotta impropria”. È troppo chiedere che le nomine compiute da un soggetto come la Santa Sede, che si pone come istanza morale a livello mondiale, rispondano alle stesse esigenze? Ignorare una duplice condanna per tangenti e appalti truccati non è un buon esempio. È questa l’etica proposta dal Vaticano? È vero, nell’Italia di Bisignani, della cricca di Anemone e Bertolaso, di Milanese e dei tanti militi ignoti e seminoti della corruzione capillare, la mensopoli di Genova appare quasi un dettaglio. Ma non lo è.

Benedetto XVI ha dedicato l’ultima sua enciclica Caritas in veritate a spiegare che l’economia e gli affari devono necessariamente essere animati da un afflato etico. Gestire dal cda del Tabor un colosso sanitario è un’impresa economica. E il pontefice è stato molto preciso. Non c’è un “prima”, l’impresa, e un “poi”: l’etica.

Tutto è intrecciato. Sarebbe bene che i collaboratori del pontefice se ne ricordassero e non disprezzassero in maniera così plateale ciò che due giudici in Italia hanno certificato. L’episodio rivela anche un’altra cosa. Oltretevere si è capito che Berlusconi è ormai avviato inesorabilmente verso la caduta, ma non si è letto sino in fondo il significato del voto di quei ventisei milioni di elettori, fra cui parecchi milioni di cattolici, che hanno espresso al referendum una sete enorme di legalità e di trasparenza. Un bisogno di regole osservate e fatte applicare nella società ma anche nell’istituzione ecclesiastica.

Sbagliato fingere di non capire questo diffuso bisogno popolare. Più sbagliato ancora credere che la Chiesa possa praticare un doppiopesismo. A riguardo fa certo impressione che nelle riunioni fra esponenti ecclesiastici, politici cattolici e associazioni cattoliche (convocate freneticamente in queste settimane per progettare il dopo-Berlusconi) tra i temi forti vengano indicati il “bene comune”, l’ “etica pubblica”, l’ “assunzione di responsabilità”. Mai che fossero state organizzate negli anni del berlusconismo rampante riunioni del genere, promosse dalla Segreteria di Stato e presiedute da esponenti vaticani, con all’ordine del giorno lo scardinamento della legalità, la disgregazione dell’unità nazionale, l’affarismo senza pudore! Quando è a intermittenza, il richiamo ai grandi valori è sempre strano. Se non strumentale.

Il Fatto Quotidiano, 13 luglio 2011