La prima volta che mi recai in Israele e Palestina fu nel maggio 2002, subito dopo l’attacco militare israeliano che aveva seguito la seconda Intifada. Insieme al giudice Domenico Gallo, incontrammo, in rappresentanza dell’Associazione giuristi democratici, vari esponenti israeliani e palestinesi. Ricordo in particolare l’incontro con il mitico leader palestinese Arafat, asserragliato nel suo bunker della Muqata, a Ramallah, che si commosse parlando delle antiche testimonianze archeologiche messe a repentaglio dalla guerra e dall’occupazione. Durante tale missione incontrammo anche, fra gli altri, la presidentessa dell’Associazione internazionale dei giuristi ebrei, nettamente schierata con il governo israeliano, e la moglie e i familiari di Marwan Barghouti, il leader di Al Fatah rapito dalle forze israeliane. Visitammo la città martire di Jenin, dove, durante l’assalto israeliano, erano stati uccisi a sangue freddo vari palestinesi. Ricordo un bambino che mi disse che da grande avrebbe voluto fare il medico, per poter soccorrere i feriti.

Partecipai poi a varie udienze del processo contro Marwan Barghouti come osservatore internazionale. La prima volta, arrivando all’aeroporto Ben Gurion con l’avvocata Desi Bruno, dichiarai, al consueto interrogatorio alla frontiera, che scopo della nostra visita era assistere a tale processo. La giovane donna addetta alla sicurezza sbiancò e mi chiese di attendere. Dopo un paio d’ore, e dopo aver fatto chiamare, nel cuore della notte, il presidente del Tribunale, fummo alfine ammessi sul suolo israeliano. Alle prime luci dell’alba scendemmo dal bus che dall’aeroporto di Ben Gurion ci aveva portato alla stupenda Gerusalemme.

Marwan Barghouti si difendeva parlando alla Corte in lingua ebraica, che aveva appreso in carcere durante la sua lunga detenzione ai tempi della prima Intifada. Le mie considerazioni giuridiche sul caso vennero pubblicate dalla rivista Diritti dell’uomo: cronache e battaglie e poi nel libro curato da Barbieri e Musolino. Condannato ingiustamente all’ergastolo, Marwan continua a rappresentare la più valida leadership palestinese, come hanno ben capito anche i settori più… intelligenti dell’intelligence israeliana che ne hanno chiesto la scarcerazione.

Visitando quelle terre bellissime e contese, ci si rende conto che il futuro delle popolazioni, israeliane e palestinesi, che le abitano, e che oramai sono fra loro inestricabilmente intrecciate, può essere solo nella pace e nella cooperazione.

Ai tempi degli accordi di Oslo avevo scritto in materia un saggio che venne pubblicato dalla Rivista di diritto internazionale. Le speranze sollevate da quegli accordi sono state solo temporaneamente spazzate via dagli sviluppi successivi, che hanno seminato morte e distruzione nella zona.

Si tratta con ogni evidenza di una guerra asimmetrica, fra uno dei più potenti eserciti del mondo e una popolazione civile dotata di scarse e disorganizzate strutture militari che ha subito numerose perdite e sofferenze indicibili, risultando vittima di veri e propri crimini internazionali, di guerra e contro l’umanità, rimasti finora impuniti. Ma nessuno Stato può sopravvivere e prosperare contando solo sulla paura e sulla negazione dei diritti altrui.

Le attuali rivoluzioni arabe e mediterranee, che affermano ideali universalisti, offrono anche a Israele una chance forse irripetibile per trovare una vera e duratura pace in quella tormentata regione. A condizione beninteso di battere le linee politiche del governo parafascista di Netanyahu e Lieberman, che vorrebbe perpetuare l’attuale stato di occupazione militare ed apartheid. Occorre pertanto augurarsi che anche in Israele sorga e si sviluppi una nuova generazione che, innestandosi sulle migliori tradizioni del popolo ebraico, sappia aprirsi alle novità e convivere pacificamente e proficuamente con i vicini arabi, seguendo l’esempio di vecchi combattenti pacifisti come Uri Avnery, che conobbi a Roma già  negli anni Ottanta e rividi in seguito alcune volte a Gerusalemme.

I veri amici di Israele sono coloro che hanno il coraggio di affermare queste scomode verità, non già gli opportunisti che, rappresentano i degni (o meglio gli indegni) eredi di quelli che in un passato poi neanche troppo lontano, furono complici, attivi o passivi, dell’olocausto perpetrato dai nazisti.