Il salvataggio dell’insalvabile Berlusconi impone alla politica una radicale ritaratura dello stile argomentativo usuale, al lavoro da decenni e ormai inefficace. Un cambio di “narrazione”, direbbe il Nichi Vendola postmoderno, mentre oscilla tra l’antagonismo e il papismo.

Sicché l’unto del Signore, lo sciupafemmine fanfarone del non aver mai pagato costi di seduzione (tutte escort di buon cuore e minorenni mosse da amore filiale?), il riccone calpestatore di ogni regola, presunto oggetto dell’inconfessabile invidia nazionale, il grande comunicatore signore e padrone dell’etere, ora viene rappresentato come un povero e innocuo nonnetto che si appisola sulla poltrona. Il rimbambito, la cui non eccelsa intelligenza può essere oggetto di crudele sottolineatura perfino da parte di un colosso del pensiero quale Stefania Prestigiacomo, la Barbie-ministra dell’Ambiente, assurta a tale rango grazie a una certa fotogenicità e i crediti formativi acquisiti nella militanza di seconda fila in quella “Scuola d’Atene” dell’associazionismo democratico rappresentata dai Giovani Imprenditori berluschinizzati di Confindustria.

Insomma, si sta realizzando la virata dalla tracotanza al compassionevole. Del resto, tonalità che tocca le corde segrete nel Paese delle mamme d’Italia. Compreso quelle di Antonio di Pietro, sempre in sintonia con gli umori italioti più profondi.

Chi aveva proclamato che “non avrebbe fatto prigionieri” adesso si ritrova incartato nel cellofan del patetico. A sua insaputa. Perché è proprio lo stesso Berlusconi l’unico a non essersi reso conto della svolta comunicativa in avvio e per questo continua a remare contro se stesso, prigioniero della mitologia precedente. Ma con effetti quasi commoventi: il solito fotografo lo riprende col teleobiettivo nella villa sarda deserta, mentre intrattiene lo sparuto gruppetto di due-ragazzotte-due al posto delle vagonate di satanelle sgallettate di periferia e d’oltremare del bel tempo che fu, quando i caporali della carne fresca di coscia lunga non erano ancora finiti in galera; i suoi messaggi telefonici rimbombano nelle sale vuote davanti a una platea di sole poltroncine abbandonate.

Ce ne sarebbe da stringere il cuore, se Silvio Berlusconi non fosse sempre lo stesso; a parte l’avanzamento dello stato di decomposizione e qualche ulteriore tirante da lifting, per cui i suoi occhi sono diventati fessure a mandorla come quelli di un mandarino confuciano. Sempre lo stesso: l’autobiografia di una certa Italia. Ossia la summa iconica di quella parte di società nazionale che ha trovato in lui lo sdoganatore e il clonatore (la neoborghesia cafona) ma anche il referente ideale di una classe dirigente che ormai ha trascinato il Paese in serie B e che ora rischia di farlo precipitare ulteriormente di categoria.

Quella classe dirigente che – come stiamo dicendo un po’ tutti in questo blog – si affanna a mettere in salvo Berlusconi per salvare se stessa. Operazione che ne svela, al di là del succedersi di tracotante e di patetico, la sua vera natura: quella di essere ridicolmente mediocre. Sempre più comica nella misura in cui il timore, che induceva rispetto verso i potenti, va spegnendosi davanti all’indignazione dell’Altra Italia che mostra di volersi riprendere il proprio destino. Ridanciana alla Ridolini, nel Massimo d’Alema, con le sue supponenti teorizzazioni di alta strategia politica che si risolvono nel creare trappole in cui cade lui stesso. Imbarazzante alla Tafazzi, nell’opposizione che si rivela il migliore puntello degli equilibri vigenti che la penalizzano (almeno apparentemente).

Ma anche fantozziana da sbellicarsi quando emergono dalle penombre i volti di quelli che sarebbero i grandi manovratori, le eminenze grigie. Tipo il Topo Gigi Bisignani: uno spicciafaccende come se ne trovano a diecine nei corridoi romani o a bivaccare negli uffici Pubbliche Relazioni delle grandi aziende con l’unico mandato di “procurare compagnia serale” ai clienti importanti. Gente con la faccia ammiccante di quello che, mentre sei in coda per un taxi all’uscita della stazione Centrale di Milano, ti propone una corsa senza fattura. E poi ci sono gli interlocutori del Bisignani stesso. Con una new entry: il giornalista ex bancario Enrico Cisnetto, sfrenato presenzialista nel vippume, che si spaccia per grande esperto di economia solo perché trent’anni fa, quando già lottava contro la precoce calvizie e sgomitava per arrampicarsi, aveva bazzicato i soliti Giovani Imprenditori riempiendo la propria agendina di numeri telefonici e collezionando gustosi gossip.

Apprendere che questa fauna manovra i destini nazionali è la conferma del livello di penosa miseria a cui siamo giunti. Per cui non ha nessun senso l’operazione compassionevole nei confronti dell’avvizzito corruttore che ci ha trascinato sino a questo punto. Semmai compassione dovremmo nutrirla verso noi stessi e per questa nostra Italia, che gira a vuoto. Come un criceto che corre restando fermo, mentre zampetta frenetico sulla ruota della sua gabbietta.