“Quando vedo prender corpo un movimento del tipo del “grillismo” mi viene la pelle d’oca; ci vedo dietro l’ombra del “law & order” nei suoi aspetti più ripugnanti; ci vedo dietro la dittatura”. Non è una delle tante frasi a caso del Premio Hemingway Sallusti (a breve il Premio Che Guevara a D’Alema). E’ uno dei passaggi che il 12 settembre 2007, poco dopo il primo V-Day, Eugenio Scalfari dedicò a Beppe Grillo in un’interminabile articolessa su Repubblica.

Quasi quattro anni dopo, lo scenario non è cambiato. Il “grillismo” cresce elettoralmente, smentendo chi lo riteneva un fuoco di paglia, e le critiche più stizzite arrivano da testate teoricamente vicine. A ridosso del voto, prima L’Espresso e poi Il Corriere della Sera, dopo aver “dimenticato” il Movimento 5 Stelle in campagna elettorale, si sono presi la briga e di certo il gusto di sbertucciare il comico genovese. Legittimamente, poiché Grillo è figura politica che, non facendo sconti, non ne merita.

Al tempo stesso, il fastidio con cui l’intellighenzia relega il grillismo alla voce “qualunquismo” non è solo l’antica vocazione sinistrorsa a scomunicare il cane sciolto. Il teorema di fondo è che Beppe Grillo “toglie voti al Pd”. Premesso che togliere voti al Pd – salvo rari casi – è di per sé opera lodevole, tale analisi è tanto miope quanto fascistella. Un voto si merita, non si impone. Altrimenti non è democrazia: è zdanovismo. La teoria del “meno peggio” ha regalato decenni di Veltroni e Latorre: anelare a qualcosa di maggiormente appagante non è reato. Il M5S, poi, non toglie voti al Pd, ma sabota il serbatoio dell’astensione, dell’Italia dei Valori e (in parte minore) della Lega. Fa sorridere come, dopo averli irrisi, si pretenda ora che quei “discoli” (Bersani dixit) appoggino diligentemente al ballottaggio chi non li ha mai considerati.

Asserire genericamente che Grillo calamita i delusi da sinistra è autoreferenziale e semplicistico. Molti grillini – o “grillisti”: suona meno perculeggiante – sono giovani e non hanno mai votato Pci, Pds, Ds. Padroneggiano la Rete, diffidano dei media tradizionali. E’ una galassia fieramente “altra”. Quando tentano di analizzarla, i politologi tromboneggianti sembrano quei vecchi americani che provarono a fermare l’avvento del rock’n’roll e della beat generation: ignorano quasi del tutto ciò di cui parlano.

Grillo ha compiuto e compie errori. Se lasciare libertà di voto al ballottaggio è coerente con la struttura apartitica del Movimento, il suo ripetere “Moratti e Pisapia pari sono” è un autogol che presta il fianco alla mitraglia trasversale di chi lo detesta (e l’harakiri Bolzano-Casa Pound non aiuta). Il ruolo di Casaleggio resta equivoco. Alcune tirate sugli extracomunitari suonano leghiste. Ed è vero che Grillo non intende sciogliere l’anomalia di fondo: comico o politico? Un politico che usa il linguaggio satirico fa ridere ma non è preso sul serio, crea cortocircuiti semantici, è facilmente (e capziosamente) accusabile di volgarità. Ciò detto, quella del M5S non è antipolitica: è desiderio di essere contro questi politici. Non è mera protesta (per quanto il protestare civilmente sia un merito): esiste un programma, a cui Beppe Grillo lavora da più di 20 anni. Da quando, cioè, abbandonò coraggiosamente la tivù per intraprendere un percorso di controinformazione carbonara, costellata da fasi di semi-clandestinità (a cavallo tra Novanta e Duemila) e quindi dall’esplosione (2005) del blog. Grillo raccoglie consensi perché forte di una credibilità granitica, figlia di quei decenni. I santoni della sinistra bollita, che in questi giorni stanno tentando maldestramente di appropriarsi delle istanze degli Indignados spagnoli, se ne facciano una ragione.

Resta inevaso uno snodo decisivo: perché il Pd è divenuto “Pdmenoelle”? Perché L’Espresso, che nel 2005 metteva Grillo in copertina, ora lo detesta? Cinque anni fa, proprio all’Espresso, Grillo disse che avrebbe votato un partito minore della coalizione di Prodi. I vasi erano ancora comunicanti. Il centrosinistra ripagò quella fiducia con indulto, Mastella alla Giustizia, lassismo sulle leggi ad personam,  mancata risoluzione del conflitto di interessi. La rottura, negli anni, è divenuta insanabile: candidature di pasionari à la Calearo, opposizione risibile, scudo fiscale, guerra in Libia. E poco appoggio ai referendum per acqua pubblica e no al nucleare (temi iper-grillisti). Da qui la rasoiata di Grillo: “Meglio un nemico vero di un amico finto”.

I ballottaggi di Milano, Cagliari e Napoli saranno decisivi. Berlusconi potrebbe ricevere spallate esiziali e il Pd potrebbe imparare che vince veramente solo quando non si comporta da Pd. E’ auspicabile che i grillini ne siano parte recalcitrante ma partecipe. Alcuni non voteranno, altri sceglieranno Pisapia, Zedda e “l’ex amico” De Magistris. E’ però altrettanto auspicabile che la sinistra salottiera abbandoni questa odiosa sicumera. Si liberi delle cariatidi diversamente sveglie autodefinitesi “leader”. Si sforzi di comprendere le istanze di una parte sempre più consistente (esigente, delusa, indignata) di elettorato. E cerchi il dialogo con ragazzi sprovveduti, talora non simpaticissimi e forse incapaci di governare, ma certo pronti a essere sentinelle e virus benefico all’interno di un sistema-potere compromesso, immorale e in ultima istanza inaccettabile.

Il Fatto Quotidiano, 24 maggio 2011